sabato 25 settembre 2010

Antonio Gramsci - § * * * L' ALBERO DEL RICCIO * * * § - Lettere in forma di novelle


Antonio Gramsci



L’albero del riccio


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Lettera I


Avventura natalizia


Carissima Tania,


oggi voglio raccontare per te, Delio e Giuliano, un episodio natalizio della mia fanciullezza,


che vi divertirà e vi darà un tratto caratteristico della vita delle mie parti.


Avevo quattordici anni e facevo la terza ginnasiale a Santu Lussurgiu, un paese distante dal


mio circa diciotto chilometri.


Con un altro ragazzo, per guadagnare ventiquattr’ore in famiglia, ci mettemmo in istrada a


piedi il dopopranzo del 23 dicembre, invece di aspettare la diligenza del mattino seguente.


Cammina, cammina, eravamo circa a metà del viaggio, in un posto completamente deserto e


solitario. A sinistra, un centinaio di metri dalla strada, si allungava una fila di pioppi con delle boscaglie


di lentischi. A un tratto ci spararono un primo colpo di fucile sulla testa: la pallottola fischiò


a una decina di metri in alto. Credemmo a un colpo casuale e continuammo tranquilli. Un secondo e


un terzo colpo bassi ci avvertirono subito che eravamo proprio presi di mira e allora ci buttammo


nella cunetta, rimanendo appiattiti un pezzo.


Quando provammo a sollevarci, un altro colpo, e cosí circa due ore con una dozzina di colpi


che ci inseguivano, mentre ci allontanavamo strisciando, ogni volta che tentavamo di ritornare sulla


strada. Certamente era una comitiva di buontemponi che voleva divertirsi a spaventarci, ma che bello


scherzo natalizio, eh?


Arrivammo a casa a notte buia, discretamente stanchi e infangati e non raccontammo la storia


a nessuno, per non spaventare in famiglia; ma non ci spaventammo gran che, perché alle prossime


vacanze di carnevale il viaggio fu ripetuto senza incidenti di sorta.


Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


P.S. – Ma la storia è proprio vera; non è affatto una storia di briganti.


Lettera II


Che farò da grande?


Carissima Tania,


e cosí l’anno nuovo è incominciato.


Bisognerebbe fare dei programmi di vita nuova, secondo l’usanza: ma per quanto abbia pensato,


un tale programma non sono riuscito ancora a combinarlo. È stata questa una grande difficoltà


sempre nella mia vita, fin dai primi anni di attività raziocinatrice.


Nelle scuole elementari ogni anno di questi tempi assegnavano come tema di componimento


la questione: «Che cosa farete nella vita». Questione ardua che io risolvetti la prima volta, a otto


anni, fissando la mia scelta nella professione di carrettiere. Avevo trovato che il carrettiere riuniva


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tutte le caratteristiche dell’utile e del dilettevole: schioccava la frusta e guidava i cavalli, ma, nello


stesso tempo, compiva un lavoro che nobilita l’uomo e gli procura il pane quotidiano.


Sono rimasto fedele a questo indirizzo anche l’anno successivo, ma per ragioni che direi estrinseche.


Se fossi stato sincero, avrei detto che la mia piú viva aspirazione era quella di diventare


usciere di pretura. Perché? Perché in quell’anno era venuto al mio paese come usciere di pretura un


vecchio signore che possedeva un simpaticissimo cagnetto nero, sempre in ghingheri: fiocchetto


rosso alla coda, gualdrappina sulla schiena, collana verniciata, finimenti da cavallo in testa.


Io proprio non riuscivo a dividere l’immagine del cagnetto da quella del suo proprietario e


dalla professione sua. Eppure rinunciai, con molto rammarico, a cullarmi in quella prospettiva che


tanto mi seduceva. Era di una logica formidabile e di una integrità morale da fare arrossire i piú


grandi eroi del dovere. Sí, mi ritenevo indegno di diventare usciere di pretura, e quindi di possedere


cagnetti cosí meravigliosi: non conoscevo a memoria gli ottantaquattro articoli dello Statuto del regno!


Proprio cosí.


Avevo fatto la seconda classe elementare (rivelazione prima delle virtú civiche del carrettiere!)


e avevo pensato di fare nel mese di novembre gli esami di proscioglimento, per passare alla


quarta saltando la terza classe: ero persuaso di essere capace di tanto, ma quando mi presentai al direttore


didattico per presentargli la domanda protocollare, mi sentii far a bruciapelo la domanda:


«Ma conosci gli ottantaquattro articoli dello Statuto?». Non ci avevo neanche pensato a questi articoli:


mi ero limitato a studiare le nozioni di «diritti e doveri del cittadino», contenute nel libro di testo.


Ciò fu per me un terribile monito, che mi impressionò tanto piú in quanto il 20 settembre


precedente avevo partecipato per la prima volta al corteo commemorativo, con un lampioncino veneziano


e avevo gridato con gli altri: «Viva il leone di Caprera! Viva il morto di Staglieno» (non ricordo


se si gridava il «morto» o il «profeta» di Staglieno: forse, tutti e due, per la varietà), certo


come ero di essere promosso all’esame e di conquistare i titoli giuridici per l’elettorato, diventando


un cittadino attivo e perfetto. Invece non conoscevo gli ottantaquattro articoli dello Statuto. Che cittadino


ero dunque? E come potevo ambiziosamente aspirare a diventare usciere di pretura e a possedere


un cane con il fiocchetto e la gualdrappa? L’usciere di pretura è una rotella dello Stato (io


pensavo fosse una grande ruota); è un depositario e un custode della legge, anche contro i possibili


tiranni che volessero calpestarla. E io ignoravo gli ottantaquattro articoli!


Cosí mi limitai gli orizzonti, e ancora una volta esaltai le virtú civiche del carrettiere, che


tuttavia può avere un cane anch’egli, sia pure senza fiocchetto e senza gualdrappa. Vedi come i programmi


precostituiti in modo troppo rigido e schematico vanno a cozzare, infrangendosi, contro la


dura realtà, quando si ha una vigile coscienza del dovere!


Ti abbraccio


ANTONIO


Lettera III


I due passerotti


Carissima Tania,


ti racconterò la storia dei miei passerotti.


Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato


da qualche insetto (una blatta o un millepiedi). Il primo passerotto era molto piú simpatico


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dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e


senza iniziativa.


Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e


quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta


di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di


rifiuti della caffettiera e fu lí lí per affogare.


Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente,


con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza


permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa.


Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo


una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta


invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente


intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.


Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò piú, nel


senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi


le scarpe per farsi dare qualcosa. Ma non si lasciò mai prendere in mano, senza rivoltarsi e


cercare subito di scappare. È morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre


era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno


dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi di colpo


morí.


L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque


mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei calzoni; se avesse le ali intere


volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa.


Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi,


oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali.


Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente


preso alcune pedate.


Questa la storia dei miei passerini.


Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


Lettera IV


Il topo e la montagna


Carissima Giulia,


puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente


ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.


Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo


e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.


Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte.


Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere


del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e


la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e


l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e


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avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra


dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto


ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto


latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna


sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono


i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero


e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.


Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione


dei bimbi.


Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


Lettera V


Lo “scurzone”


Carissima Tania,


voglio scriverti di una questione che ti farà arrabbiare e ti farà ridere.


Sfogliando il piccolo Larousse mi è ritornato alla memoria un problema abbastanza curioso.


Da bambino ero un infaticabile cacciatore di lucertole e serpi, che davo da mangiare a un bellissimo


falco che avevo addomesticato. Durante queste cacce nelle campagne del mio paese (Ghilarza), mi


capitò tre o quattro volte di trovare un animale simile al serpe comune (biscia), solo che aveva quattro


zampette, due vicino alla testa e due molto lontane dalle prime, vicino alla coda (se si può chiamare


cosí); l’animale era lungo sessanta-settanta centimetri, molto grosso in confronto della lunghezza,


la sua grossezza corrisponde a quella di una biscia di un metro e venti o un metro e cinquanta.


Le gambette non gli sono molto utili, perché scappava strisciando molto lentamente.


Al mio paese questo rettile si chiama scurzone, che vorrebbe dire scorciato (curzo vuole dire


corto), e il nome si riferisce certamente al fatto che sembra una biscia scorciata (bada che c’è anche


l’orbettino, che alla poca lunghezza unisce la proporzionata sottigliezza del corpo).


A Santu Lussurgiu, dove ho fatto le ultime classi del ginnasio, domandai al professore di


storia naturale (che veramente era un vecchio ingegnere del luogo), come si chiamasse in italiano lo


scurzone. Egli rise e mi disse che era un animale immaginario, come l’aspide o il basilisco, e che


non conosceva alcun animale come quello che io descrivevo.


I ragazzi di Santu Lussurgiu spiegarono che nel loro paese scurzone era appunto il basilisco,


e che l’animale da me descritto si chiamava coloru (coluber latino), mentre la biscia si chiamava


colora al femminile, ma il professore disse che erano tutte superstizioni dei contadini e che bisce


con le zampe non ne esistono. Tu sai come faccia rabbia a un ragazzo sentirsi dar torto quando invece


sa di aver ragione o addirittura di essere preso in giro come superstizioso in una questione di


cose reali. Penso che a questa reazione contro l’autorità messa a servizio dell’ignoranza sicura di se


stessa è dovuto se ancora mi ricordo l’episodio.


Al mio paese poi non avevo mai sentito parlare delle qualità malefiche del basilisco scurzone,


che però in altri paesi era temuto e circondato da leggende.


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Ora appunto nel Larousse ho visto nelle tavole dei rettili un sauriano, il seps, che è appunto


una biscia con quattro zampette (il Larousse dice che abita la Spagna e la Francia meridionale, è


della famiglia degli scincidés il cui rappresentante tipico è lo scinque [forse il ramarro?]).


La figura del seps non corrisponde allo scurzone del mio paese: il seps è una biscia regolare,


sottile, lunga, proporzionata, e le zampette sono attaccate al corpo armonicamente. Lo scurzone invece


è un animale repellente; la sua testa è molto grossa, non piccola come quella delle bisce; la coda


è molto conica; le zampette davanti sono troppo vicine alla testa, e sono poi troppo lontane da


quelle di dietro; le zampe sono bianchicce, malsane, come quelle del proteo e dànno l’impressione


della mostruosità, dell’anormalità.


Tutto l’animale, che abita in luoghi umidi (io l’ho sempre visto dopo aver rotolato grossi


sassi), fa un’impressione sgraziata, non come la lucertola e la biscia, che a parte la repulsione generica


dell’uomo per i rettili, sono in fondo eleganti e graziose.


Vorrei ora sapere dalla tua esperienza di storia naturale se questo animale ha un nome italiano


e se è noto che in Sardegna esiste questa specie che deve essere della stessa famiglia dei seps


francesi. È possibile che la leggenda del basilisco abbia impedito di ricercare l’animale in Sardegna;


il professore di Santu Lussurgiu non era uno stupido, tutt’altro; ed era anche molto studioso; faceva


collezioni mineralogiche ecc. eppure non credeva che esistesse lo scurzone come realtà molto pedestre,


senza alito avvelenato e occhi incendiari. Certo questo animale non è molto comune: io l’ho


visto non piú di una mezza dozzina di volte e sempre sotto i massi, mentre bisce ne ho viste a migliaia


senza bisogno di muovere sassi.


Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


Lettera VI


Caccia alle rane


Carissima Giulia,


Una delle cose che piú mi ha interessato nella tua lettera è la notizia che Delio e Giuliano si


occupano di acchiappare le rane.


Vorrei sapere se si tratta o no di rane commestibili, ciò che darebbe alla loro attività di cacciatori


un carattere pratico e utilitario da non disprezzarsi.


Non so se tu vorrai prestarti, ma dovresti insegnare ai bambini a distinguere le rane commestibili


dalle altre: quelle commestibili hanno il ventre completamente bianco, mentre le altre hanno


il ventre rossastro.


Si possono prendere mettendo nella lenza invece dell’amo un pezzo di cencio rosso che esse


addentano, bisogna avere un brocchetto e metterle dentro dopo aver tagliato loro con le forbici la


testa e le zampe.


Dopo averle scuoiate, si possono preparare in due modi: per fare del brodo squisito, e in


questo caso dopo averle bollite a lungo coi soliti condimenti si passano allo staccio in modo che tutto


passi nel brodo eccetto le ossa; oppure si friggono e si mangiano dorate e croccanti. In un caso e


nell’altro sono un cibo molto saporito, ma specialmente molto nutriente e di facile digestione.


Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


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Lettera VII


L’albero del riccio


Caro Delio,


mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano


dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi


o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato


molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini,


canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe.


Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando


era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un


campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento.


Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati


verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e


con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano


insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede


che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto


curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a


dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso,


con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre,


tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano


infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a


infilzare sette o otto mele per ciascuno.


Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci


in un sacchetto e ce li portammo a casa.


Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a


tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche


piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano


la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce


vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto


lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua


fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le


mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno


se li era presi per mangiarli.


Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali


ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della


volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia


di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi?


Ti bacio.


ANTONIO


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Lettera VIII


La volpe e il puledro


Carissimo Delio,


ho saputo che sei stato al mare e che hai visto delle cose bellissime. Vorrei che tu mi scrivessi


per descrivermi queste bellezze. E poi, hai conosciuto qualche nuovo essere vivente? Vicino al


mare c’è tutto un brulichio di esseri: granchiolini, meduse, stelle marine ecc. Molto tempo fa ti avevo


promesso di scriverti alcune storie sugli animali che ho conosciuto io da bambino, ma poi non ho


potuto. Adesso proverò a raccontartene qualcuna: per esempio, la storia della volpe e del polledrino.


Pare che la volpe sappia quando deve nascere un polledrino, e sta in agguato. E la cavallina


sa che la volpe è in agguato. Perciò, appena il polledrino nasce, la madre si mette a correre in circolo


intorno al piccolo che non può muoversi e scappare se qualche animale selvatico lo assale. Eppure


si vedono qualche volta, per le strade della Sardegna, dei cavalli senza la coda e senza orecchie.


Perché? Perché appena nati, la volpe, in un modo o nell’altro, è riuscita ad avvicinarsi e ha mangiato


loro la coda o le orecchie ancora molli molli. Quando io ero bambino uno di questi cavalli serviva


a un vecchio venditore di olio, di candele e di petrolio, che andava di villaggio in villaggio a


vendere la sua merce (non c’era allora cooperativa né altro modo di distribuire la merce); ma di


domenica, perché i monelli non gli dessero la baia, il venditore metteva al suo cavallo coda finta e


orecchie finte.


Ora ti racconterò come ho visto la volpe la prima volta. Coi miei fratellini andai un giorno in


un campo di una zia dove erano due grandissime querce e qualche albero da frutteto; dovevamo fare


la raccolta delle ghiande per dare da mangiare a un maialino.


Il campo non era lontano dal paese, ma tuttavia tutto era deserto e si doveva scendere in una


valle.


Appena entrati nel campo, ecco che sotto un albero era tranquillamente seduta una grossa


volpe, con la bella coda eretta come una bandiera. Non si spaventò per nulla; ci mostrò i denti, ma


sembrava che ridesse, non che minacciasse. Noi bambini eravamo in collera che la volpe non avesse


paura di noi; proprio non aveva paura. Le tirammo dei sassi, ma essa si scostava appena e poi ricominciava


a guardarci beffarda e sorniona. Ci mettevamo dei bastoni alla spalla e facevamo tutti insieme:


bum! come fosse una fucilata, ma la volpe ci mostrava i denti senza scomodarsi troppo. D’un


tratto si sentí una fucilata sul serio, sparata da qualcuno nei dintorni. Solo allora la volpe dette un


balzo e scappò rapidamente. Mi pare di vederla ancora, tutta gialla, correre come un lampo su un


muretto, sempre con la coda eretta, e sparire in un macchione.


Carissimo Delio, raccontami ora dei tuoi viaggi e delle novità che hai visto.


Ti bacio.


ANTONIO


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Lettera IX


La sigaretta nella ciminiera


Caro Delio,


ho saputo che vai a scuola, che sei alto ben un metro e otto centimetri, e che pesi diciotto


chili. Cosí penso che tu sei già molto grande e che tra poco tempo mi scriverai delle lettere. In attesa


di ciò puoi già oggi far scrivere alla mamma, sotto tua dettatura, delle lettere, come facevi scrivere a


me, a Roma, i pimpò per la nonna. Cosí mi dirai se a scuola ti piacciono gli altri bambini e cosa impari


e come ti piace giocare. So che costruisci aeroplani e treni, che partecipi attivamente


all’industrializzazione del paese, ma poi questi aeroplani volano davvero e questi treni corrono? Se


ci fossi io, almeno metterei la sigaretta nella ciminiera in modo che si vedesse un po’ di fumo.


Poi mi devi scrivere qualcosa di Giuliano. Che te ne pare? Ti aiuta nei tuoi lavori? È


anch’egli un costruttore, oppure è ancora troppo piccolo per meritarsi questa qualifica? Insomma, io


voglio sapere un mucchio di cose, e poiché tu sei cosí grande e, mi hanno detto, anche un po’ chiacchierino,


cosí sono sicuro che mi scriverai, con la mano della mamma per adesso, una lettera lunga,


lunga con tutte queste notizie e altre ancora. E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una


lucertola che voglio educare.


Bacia Giuliano per conto mio e anche la mamma e tutti quanti di casa, e la mamma bacerà te


a sua volta per conto mio.


ANTONIO


P.S. – Ho pensato che tu forse non conosci le lucertole: si tratta di una specie di coccodrilli


che rimangono sempre piccini.


Lettera X


Vi piace Pinocchio?


Carissimi Delio e Giuliano,


non mi avete piú scritto, perché? da tanto tempo.


Non so piú nulla degli esseri viventi di Delio, del suo fringuello, dei pesciolini.


E poi: Delio ha ricevuto il libro di Pinocchio? Gli sono piaciute le illustrazioni? Corrispondono


esse all’immaginazione che egli si era fatto del burattino? E a Giuliano piace la storia di Pinocchio?


Quali sono ora i centri del vostro interesse sia a scuola che a casa?


Scrivetemi tante cose, tutt’e due.


Vi abbraccio tanto e vi faccio tante carezze.


ANTONIO


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Lettera XI


Incontro col mare


Caro Giuliano,


hai visto il mare, per la prima volta.


Scrivimi qualche tua impressione.


Hai bevuto molta acqua salata facendo i bagni? Hai imparato a nuotare? Hai preso dei pesciolini


vivi e dei granchi?


Io ho visto dei ragazzetti che prendevano dei pesciolini nel mare con un mattone bucato (ad


aria); ne avevano riempito il secchiello.


Ti abbraccio


ANTONIO


Lettera XII


Leoni e storie


Carissimo Delio,


ho ricevuto la tua lettera del 28 marzo con le notizie sui pesciolini, la rosa, la primula, gli orsi


e i leoni. Ma che leoni hai visto? Leoni africani o del Turchestan? Avevano la criniera o il pelo


del collo liscio? E gli orsi erano come quelli che avevi visto a Roma?


Non mi hai scritto se hai ricevuto il libro di Pinocchio e se le avventure dell’illustre burattino


sono piaciute a Giuliano. Hai poi letto la storia della foca bianca, della mangusta Rikki-Tikki-


Tawi e del bambino Mowgli allevato dai lupi... Nel 1922 alla Libreria di Stato ne preparavano una


bellissima edizione con disegni originali, che ebbi occasione di vedere mentre gli operai litografi li


trasportavano sulla pietra. Domanda alla mamma e a Tania se questa edizione si può ancora trovare;


altrimenti ti manderò il libro in italiano o in francese.


Ti bacio con Giuliano.


ANTONIO


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Lettera XIII


Il gioco della dama


Caro Delio,


ho ricevuto la tua lettera e ho avuto notizie della tua attività di scolaro. Ti sono piaciute le


novelle di Mowgli? La mia vita trascorre un po’ monotona, ma in modo abbastanza soddisfacente


per la salute.


Mi dispiace molto di non poter essere vicino ai miei cari ragazzi e di non poterli aiutare nel


loro lavoro per la scuola e per la vita. Ho letto nei giornali il risultato del campionato degli scacchi,


ma io non so giocare: ho imparato un poco solo il gioco della dama.


Ti bacio.


ANTONIO


Lettera XIV


Un cagnolino da latte


Caro Giuliano,


ho ricevuto la fotografia e il biglietto, ma le due cose non vanno d’accordo.


Nella lettera ti lamenti, quasi piagnucoli come un bimbetto di cinque anni, mentre sei un ragazzo


grande e forte, e dovresti affrontare gli avvenimenti con coraggio e con tranquillità.


Tu stesso mi hai scritto una volta che la scuola che frequenti serve per non perder un anno di


studio; e ti par poco? Poi bisogna vedere se i rimproveri che ti fanno non sono meritati. In ogni caso


se bisogna fare una cosa, bisogna farla senza lamentarsi, senza guaire come i cagnolini da latte, in


modo da trarne tutto il profitto.


A me non piace che un ragazzo come te si lamenti, mentre nella fotografia pare che tu sia risoluto,


tranquillo nella volontà di raggiungere il tuo scopo; cosí mi piaci molto e ti faccio tanti auguri.


Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XV


L’«abat-jour»


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Caro Giuliano,


Ho ricevuto la tua lettera e la cartolina illustrata coi gattini.


Mi meraviglio che tu e Delio non abbiate ancora pensato a fare un abat-jour per la lampadina


elettrica. Con cinquanta centesimi di filo d’ottone o di ferro sottile e con qualche pezzo di stoffa


a colori o anche della carta oleata, si può fare un abat-jour comodissimo, in modo che la luce non


stanchi troppo gli occhi. L’abat-jour può essere completo, perché tutta la luce sia attutita, o parziale


e mobile in modo da dirigere l’ombra dove si crede piú opportuno.


Ho ricevuto alcune tue fotografie, e vorrei sapere che esercizi sai fare sulla spalliera svedese


(cosí almeno si chiama in italiano), dove sei arrampicato insieme coi tuoi amici.


Ti bacia il tuo babbo.


ANTONIO


Lettera XVI


Studiare è difficile


Carissimo Giuliano,


ti faccio tanti auguri per l’andamento del tuo anno scolastico.


Sarei molto contento se tu mi spiegassi in che consistono le difficoltà che trovi nello studiare.


Mi pare che se tu stesso riconosci di avere delle difficoltà, queste non devono essere molto grandi


e potrai superarle con lo studio: questo non è sufficiente per te? Forse sei un po’ disordinato, ti


distrai, la memoria non funziona e tu non sai farla funzionare? Dormi bene? Quando giochi pensi a


ciò che hai studiato o quando studi pensi al gioco? Ormai sei un ragazzo formato e puoi rispondere


alle mie domande con esattezza.


Alla tua età io ero molto disordinato, andavo molte ore a scorrazzare nei campi, però studiavo


anche molto bene perché avevo una memoria molto forte e pronta e non mi sfuggiva nulla di ciò


che era necessario per la scuola: per dirti tutta la verità debbo aggiungere che ero furbo e sapevo cavarmela


anche nelle difficoltà pur avendo studiato poco. Ma il sistema di scuola che io ho seguito


era molto arretrato; inoltre la quasi totalità dei condiscepoli non sapeva parlare l’italiano che molto


male e stentatamente e ciò mi metteva in condizioni di superiorità perché il maestro doveva tener


conto della media degli allievi e il saper parlare l’italiano era già una circostanza che facilitava molte


cose (la scuola era in un paese rurale e la grande maggioranza degli allievi era di origine contadina).


Carissimo, sono certo che mi scriverai senza interruzione e mi terrai al corrente della tua vita.


Ti abbraccio.


ANTONIO


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Lettera XVII


Il regalo del babbo


Caro Giuliano,


cosí ti sei liberato dal collettivo e vai al campo. Tornerai a scuola. Perché scrivere proprio


all’ultimo momento, in attesa della macchina?


Ti abbraccio tanto per la tua festa e ti mando un orologino, sperando che ti faccia riflettere al


tempo e quindi... scrivere non all’ultimo momento.


Ti bacio.


ANTONIO


Lettera XVIII


Studiar bene


Caro Giuliano,


come va il tuo cervellino? La tua lettera mi è piaciuta molto. Il tuo modo di scrivere è piú


fermo di prima, ciò che mostra che tu stai diventando una persona grande.


Mi domandi ciò che mi interessa di piú. Devo rispondere che non esiste niente che «mi interessi


di piú», cioè che molte cose mi interessano molto nello stesso tempo.


Per esempio, per ciò che ti riguarda, mi interessa che tu studi bene e con profitto, ma anche


che tu sia forte e robusto e moralmente pieno di coraggio e di risolutezza; ecco quindi che


m’interessa che tu riposi bene, mangi con appetito ecc.: tutto è collegato e intessuto strettamente; se


un elemento del tutto viene a mancare o fa difetto, l’intiero si spappola. Per ciò mi è dispiaciuto che


tu abbia scritto di non poter rispondere alla quistione se vai con risolutezza verso la tua mèta, che in


questo caso significa studiar bene, esser forte ecc. Perché non puoi rispondere, se dipende da te il


disciplinarti, il resistere agli impulsi negativi ecc.?


Ti scrivo seriamente, perché ormai vedo che non sei piú un ragazzino, e anche perché tu


stesso una volta mi hai scritto che vuoi essere trattato con serietà. A me pare che tu abbia molte forze


latenti nel cervello; la tua stessa espressione che non puoi rispondere alla domanda, significa che


rifletti e sei responsabile di ciò che fai e scrivi. Eppoi, si vede anche dalla fotografia che ho ricevuto


che c’è molta energia in te. Evviva Giuliano!


Ti voglio molto bene.


ANTONIO


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Lettera XIX


Disegna come vuoi


Caro Giuliano,


disegna come vuoi, per ridere e per divertirti e non «seriamente», come se facessi un compito


che non ti piace. Vorrei però vedere qualcuno dei tuoi disegni che fai per la scuola! Questi disegni


come li fai? Con serietà oppure come quelli che fai per ridere?


Mi pare davvero che alla scuola le cose ti vadano abbastanza bene; e per la salute come va?


Corri, giochi e ti diverti solo a scarabocchiare sulla carta figure non fatte seriamente?


Ti ringrazio dei tuoi auguri.


Ti bacio


ANTONIO


Lettera XX


Un raro animale


Caro Giuliano,


i tuoi disegni mi sono piaciuti molto perché sono tuoi. Sono anche molto originali e credo


che la natura non abbia mai inventate delle cose cosí stupefacenti.


Il quarto disegno è la rappresentazione di un animale straordinario: non può essere uno scarafaggio,


perché troppo grande e con solo quattro lunghe zampe in movimento come quelle dei


grandi quadrupedi, ma non è neppure un cavallo perché non ha orecchie visibili.


(Anche nel primo animale da te disegnato, non si vedono orecchie e cosí anche uno degli


uomini non ha orecchie.)


Potrebbe essere un leone addomesticato e... trasparente; trasparente perché del cavalcatore si


vedono tutt’e due le gambe.


Mi piace il fatto che i tuoi uomini possono camminare sulla punta dei piedi nei posti piú difficili;


sulla cima del ramo di un albero e sulla testa degli animali (forse per ciò l’animale ha perso le


orecchie...).


Caro Giuliano, ti dispiace che io mi diverta sui tuoi disegni? Essi mi piacciono davvero cosí


come sono; ma tu devi mandarmi non dei disegni fatti sul momento, ma di quelli che fai per la scuola.


ANTONIO


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Lettera XXI


«Barbabucco»


Caro Giuliano,


ho ricevuto con molto entusiasmo i tuoi nuovi disegni: si vede che sei allegro e quindi credo


che tu sia in salute. Ma dimmi: sai fare altri disegni che non siano per burla? Non mi hai scritto se a


scuola fanno imparare il disegno e se ti piace disegnare anche «sul serio».


Io da ragazzo disegnavo molto, ma i disegni erano piuttosto lavoro di pazienza; nessuno mi


aveva insegnato. Riproducevo, ingrandendoli, le figure e i quadretti di un giornalino. Cercavo anche


i colori fondamentali con un mio sistema non difficile, ma che domandava molta pazienza.


Ricordo ancora un quadretto che mi costò almeno tre mesi di lavoro: un contadinello tutto


vestito era caduto in un tino pieno d’uva, pronto per la pigiatura, e una contadinella tutta rotondetta


e grassottella lo guardava tra spaventata e divertita. Il quadretto apparteneva a una serie di avventure


in cui il protagonista era un terribile caprone (Barbabucco) che, cozzando all’improvviso e a tradimento,


faceva volare via i suoi nemici e i ragazzi che gli avevano dato la baia.


Le conclusioni erano sempre allegre, come nel mio quadretto. Come mi divertivo a ingrandire


il disegnino: misure col doppio decimetro e col compasso, prove, riprove con la matita ecc. I fratelli


e le sorelle guardavano, ridevano, ma preferivano correre e gridare e mi lasciavano alle mie esercitazioni.


Caro Giuliano, ti bacio.


ANTONIO


Lettera XXII


Impara a star seduto


Caro Delio,


i tuoi bigliettini diventano sempre piú corti e stereotipati. Io credo che tu abbia abbastanza


tempo per scrivere piú a lungo e in modo piú interessante; non c’è nessun bisogno di scrivere


all’ultimo momento, in fretta in fretta, prima di andare a spasso. Ti pare?


Non credo neppure che ti possa far piacere che il tuo babbo ti giudichi dai tuoi bigliettini


come uno stupidello che si interessa solo della sorte del suo pappagalluccio, e fa sapere che sta leggendo


un libro qualsiasi.


Io credo che una delle cose piú difficili alla tua età è quella di star seduto dinanzi a un tavolino


per mettere in ordine i pensieri (e pensare addirittura) e per scriverli con un certo garbo; questo


è un «apprendissaggio» talvolta piú difficile di quello di un operaio che vuole acquistare una qualifica


professionale, e deve incominciare proprio alla tua età.


Ti abbraccio forte


ANTONIO


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Lettera XXIII


Mantenere le promesse


Caro Giuliano,


ho ricevuto tue notizie dalle lettere della mamma e di nonna.


Ma perché tu non scrivi qualche parola? Io sono molto contento quando ricevo una tua lettera,


e chi sa quante cose tu potresti scrivermi sulla scuola, sui tuoi compagni, sui tuoi insegnanti, sugli


alberi che vedi, sui tuoi giochi ecc.


E poi... tu avevi promesso di scrivermi qualche cosa ogni giorno di vacanza. Bisogna sempre


mantenere le promesse, anche se costa qualche sacrifizio e immagino che per te non deve essere un


grande sacrifizio scrivere qualche cosa...


Caro, ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXIV


Piú di mezzo soldato


Carissimo Giuliano,


finalmente mi hai scritto qualche riga.


Ti faccio tanti complimenti per la tua festa: sei già grande, piú di mezzo soldato.


Ti è piaciuto l’orologio?


Mi scriverai come ti ritrovi a scuola?


Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXV


Omero dormicchia


Caro Giuliano,


hai letto solo mezza novella di Wells e già vorresti giudicare tutta l’opera di questo scrittore,


che ha scritto decine e decine di romanzi, raccolte di novelle, saggi storici ecc.? La piú bella o la piú


brutta o quella che rappresenta la media delle possibilità dell’autore?


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Il piú grande scrittore dell’antica Grecia fu Omero, e lo scrittore latino Orazio ha scritto che


anche Omero qualche volta «dormicchia».


Certo Wells, in confronto di Omero, dormicchia almeno trecentosessanta giorni all’anno, ma


potrebbe darsi che negli altri cinque o sei giorni (quando l’anno è bisestile) fosse sveglio del tutto e


avesse scritto qualcosa di piacevole e di resistente alla critica.


Anche tu spesso non sei molto ordinato: la tua lettera è scritta in fretta, con molte parole lasciate


a metà; eppure io credo che tu possa scrivere molto meglio, con piú ordine, con piú attenzione.


Perciò io non ti giudicherò da questa lettera e non dirò: «ma guarda che asinello di figlio!».


Caro Giuliano, non prendertela e scrivi e rafforzerai i tuoi giudizi.


Mi dispiace di non poter discutere con te a viva voce: non credere che io sia molto pedante,


mi piacerebbe ridere e scherzare con te e con Delio, e parlare di tante cose che interessavano molto


anche me quando ero un ragazzo.


Ti abbraccio teneramente


ANTONIO


Lettera XXVI


Impara a essere ordinato


Caro Giuliano,


questa volta non ho ricevuto nessuna tua lettera. Mi dispiace. Sarei contento se tu mi scrivessi


molto, anzi avevi promesso (mi pare) di scrivere qualche cosa ogni giorno di vacanza e poi


mandarmi lo scritto insieme alla lettera di Delio. Si vede che sei un po’ disordinato e che dimentichi


ciò che era per te un impegno. Puoi scrivermi di tutto, e io ti risponderò seriamente. Ormai sei un


ragazzo già grandetto e devi avere un certo senso di responsabilità. Che ne pensi? Scrivimi ciò che


fai nella scuola, se impari con facilità, ciò che ti interessa. Ma se una cosa non ti interessa e tuttavia


devi impararla, come fai? E quali giochi preferisci?


Caro Giuliano, ogni momento della tua vita interessa me.


Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXVII


Ogni cosa è seria


Carissimo Giuliano,


Tu vuoi che ti scriva di cose serie. Molto bene. Ma cosa sono le «cose serie» che vuoi leggere


nelle mie lettere? Tu sei un ragazzo, e per un ragazzo anche le cose per i ragazzi sono molto serie,


perché sono in rapporto con la sua età, con le sue esperienze, con le capacità che le esperienze e


la riflessione su di esse gli hanno procurato. Del resto prometti di scrivermi qualche cosa ogni cin20


que giorni: sono molto contento se lo farai, dimostrandomi di aver cosí molta forza di volontà. Io ti


risponderò sempre (se potrò) e molto seriamente.


Caro, io ti conosco solo per le tue lettere e per le notizie che mi mandano di te i grandi: so


che sei un bravo ragazzo, ma perché non mi hai scritto nulla del tuo viaggio al mare? Credi che non


sia una cosa seria? Tutto ciò che ti riguarda è per me molto serio e mi interessa molto; anche i tuoi


giochi.


Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXVIII


Divertiamoci insieme


Caro Giuliano,


come stai nella nuova scuola? Cosa ti piace di piú: il vivere accanto al mare o il vivere vicino


alle foreste, tra i grandi alberi?


Se vuoi farmi un piacere, dovresti descrivermi una tua giornata, da quando ti levi dal letto


fino a quando la sera ti riaddormenti. Cosí io potrò immaginare meglio la tua vita, vederti in quasi


tutti i tuoi movimenti.


Descrivimi anche l’ambiente, i tuoi compagni, i maestri, gli animali, tutto: scrivi un po’ per


volta, cosí non ti stancherai e poi scrivi come se volessi farmi ridere, per divertirti anche tu.


Caro, ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXIX


Sei un giovinetto


Giuliano!


Evviva!


Ho ricevuto una tua fotografia e sono stato molto felice di vedere la tua personcina. Però devi


essere molto cresciuto dall’altra fotografia che mi è stata spedita tempo fa, cresciuto e cambiato.


Sei proprio un giovinetto ormai. Perché non mi scrivi piú?


Aspetto una tua lettera lunga.


Ti abbraccio.


ANTONIO


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Lettera XXX


Il primo orologio


Caro Giuliano,


vedo con piacere, dalla tua lettera, che scrivi meglio: hai già una scrittura da ragazzo grande.


Perché ti è piaciuto il film su I figli del capitano Grant? Devi scrivermi un po’ piú a lungo e


descrivermi la tua vita, a cosa pensi, quali libri ti piacciono ecc.


Sono contento che l’orologio ti piaccia; ma non aver tanto timore di portarlo, anche fuori; se


è bene assicurato al polso non si può perdere, a meno che quando sei fuori non ti abbandoni a esercizi


violenti di boxe, e simili. Quali giochi preferisci?


Caro Giuliano, ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXXI


«Il pappagallo sta bene!»


Caro Delio,


mi hai scritto quattro linee che sembrano estratte da una grammatica per stranieri: «Il pappagallo


sta bene!» (fagli i miei piú vivi rallegramenti e auguri!).


E cosa pensi di Pickwick. E i tuoi esami come si presentano? Senti un po’ di tremarella o sei


sicuro di te stesso?


Da qualche tempo mi scrivi poco poco e di cose poco interessanti. Perché? Scrivi piú a lungo.


Ti bacio.


ANTONIO


Lettera XXXII


La scimmia pensatrice


Caro Delio,


vedo che ti interessi molto alle scimmie. La fotografia che mi mandi è ben riuscita: deve


trattarsi di una scimmia pensatrice. Penserà alle carrube che può mangiare e alle altre cose che le


passerà come pasto la direzione dello Zoo.


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E il pappagallo? Ho parlato dell’insalatina, ma mi riferivo ai passeri. Cosa mangia il tuo uccello?


Vegetali teneri come l’insalata, oppure frutta secca e legumi, come le fave, le noci, i ceci, le


mandorle?


Quando ero ragazzo abbiamo avuto in casa una cocorita che veniva dall’Abissinia: tutto il


giorno rosicchiava fave e ceci (le mandorle e le noci ce le mangiavamo noi) ed era molto antipatica


perché non sapeva far altro e non era bella per nulla: aveva un testone grosso come tutto il corpo e il


suo colore era un grigio tendente al giallo. Spero che il tuo uccelletto sia molto piú bello e simpatico.


Scrivimi qualche cosa sulle tue letture. Ti faccio tanti complimenti per gli studi e per il distintivo


che hai avuto.


Ti abbraccio caramente.


ANTONIO


Lettera XXXIII


Il cane-bambinello


Caro Delio,


perché non mi parli piú del tuo pappagalletto? È ancora vivo? Forse non ne parli piú perché


io, una volta, ho osservato che ne parlavi sempre?


Allegro, Delio!


Tania vuole che io ti scriva che alla tua età avevo un cagnolino e che ero diventato mezzo


matto per la contentezza di averlo. Vedi! È vero che un cane (anche se piccolo, piccolo) dà molte


piú soddisfazioni di un pappagallo (ma tu forse credi il contrario), perché gioca col padrone, si affeziona...


Il mio si vede che era rimasto un cane-bambinello, perché per mostrarmi il suo entusiasmo,


si metteva sulla schiena e si faceva la pipí addosso.


Quante insaponature! Era proprio piccolo, tanto che non riuscí per molto tempo a salire i


gradini delle scale! aveva il pelo nero e lungo e sembrava un barbone in miniatura. Io lo avevo tosato


come un leoncino, ma non era obbiettivamente bello, anzi era piuttosto brutto, brutto assai, adesso


che ci penso. Ma come mi faceva divertire e come gli volevo bene!


Il mio gioco favorito era questo: quando andavamo a passeggio in campagna, lo mettevo su


un sasso sporgente e mi allontanavo senza che lui, che guardava e mugolava, osasse saltare. Io mi


allontanavo a zig-zag, poi mi nascondevo in un fosso o in una cunetta. Il cane prima strillava, poi


riusciva a trovare il modo di scendere e correva in caccia: questo mi divertiva, perché il poveretto,


che allora d’altronde, era ancora molto giovane, guardava latrando dietro tutte le pietre, si affacciava


alle piccole (ma grandi per lui) fosse e impazziva.


Che festa, quando finalmente mi facevo ritrovare! E che abbondanza di pipí.


Caro, adesso mi scriverai del tuo pappagalletto?


Ti abbraccio.


ANTONIO


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Lettera XXXIV


Il pappagallo malato


Caro Delio,


avevo ricevuto la penna del pappagalletto e i fiorellini che mi sono piaciuti. Ma non riesco a


immaginare come sia l’uccelletto e perché si strappi delle penne cosí grosse; forse il caldo artificiale


gli ha fatto male alla pelle, forse non ha nulla di grave e con la buona stagione gli passerà ogni prurito.


Forse bisogna dargli da mangiare qualcosa di molto fresco che sostituisca ciò che i suoi congeneri


mangiano nel paese d’origine, perché ho letto che gli uccelletti tenuti in casa, con cibi non adatti,


soffrono di avitaminosi, perdono le penne e hanno una specie di rogna (che non è contagiosa): ho


io stesso visto un passero cosí mal ridotto perché mangiava sempre mollica di cattivo pane, guarire


con l’aggiunta al menú di un po’ di insalatina verde.


Non mi ricordo piú in che senso ti ho parlato della «fantasia»; forse accennavo alla tendenza


di fantasticare a vuoto, di costruire dei grattacieli sulla testa di uno spillo ecc.


Caro, ti abbraccio forte.


ANTONIO


Lettera XXXV


Le penne ricrescono


Caro Delio,


questa volta non ho ricevuto nessun tuo biglietto.


Dalla fotografia di Giuliano, ho potuto vedere un angolo della tua stanza, con la gabbia del


pappagallo. Peccato che non sia possibile discernere l’uccelletto. Spero che con l’insalatina fresca


(che deve essere tritata minutamente) e il miglio esso guarisca bene, e le penne ricrescano lunghe e


lucide.


Ti bacio.


ANTONIO


Lettera XXXVI


Studia la storia


Carissimo Delio,


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mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto.


Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola.


Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda


gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti piú uomini è possibile, tutti gli uomini


del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non


può non piacerti piú di ogni altra cosa. Ma è cosí?


Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXXVII


Il cervello dello struzzo


Caro Delio,


Non ho letto molto di Wells, perché i suoi libri non mi piacciono gran che. Credo che se anche


tu non li leggi, non sarà una gran perdita per la tua formazione intellettuale e morale. Anche il


suo libro di storia universale non mi è molto piaciuto, sebbene egli cerchi (e in ciò rappresenta una


certa novità, almeno nella letteratura storica dell’Europa occidentale) di allargare l’orizzonte storico


tradizionale, dando importanza, non solo ai greci, agli egiziani, ai romani ecc., ma anche ai mongoli,


ai cinesi, agli indiani ecc. Come scrittore di fantasia mi pare che egli sia troppo meccanico o


stopposo, come storico gli manca la disciplina intellettuale, l’ordine e la mentalità del metodo.


Fammi sapere se ti piace questo mio modo di scriverti e se capisci tutto.


Non ho risposto alla tua lettera precedente.


Mi è piaciuta la tua idea di vedere il mondo popolato di elefanti diritti sulle zampe posteriori,


col cervello molto sviluppato: certo per stare in grande quantità sulla superficie del globo, chi sa


che enormi grattacieli avrebbero dovuto costruire. Ma il cervello senza mani a che avrebbe servito?


Gli struzzi hanno la testa alta e libera, stanno solo su due piedi, ma il loro cervello non si è molto


sviluppato per questo. Si vede che per l’uomo, nella sua evoluzione, si sono concentrate molte condizioni


favorevoli nel senso di aiutarlo a diventare ciò che era anche prima che si sviluppassero la


volontà definita verso un fine e l’intelligenza sufficiente per organizzare i mezzi necessari per raggiungere


il fine stesso. La quantità diventa qualità per l’uomo e non per gli altri esseri viventi, a


quanto pare.


Scrivimi a lungo. Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXXVIII


L’elefante motorizzato


Carissimo Delio,


25


io non so se l’elefante può (o poteva) evolversi fino a diventare sulla terra un essere capace,


come l’uomo, di dominare le forze della natura e di servirsene per i suoi propri fini, in astratto.


Concretamente l’elefante non ha avuto lo stesso sviluppo dell’uomo e certo non l’avrà piú perché


l’uomo si serve dell’elefante, mentre l’elefante non può servirsi dell’uomo, neanche per mangiarselo.


Ciò che pensi delle possibilità dell’elefante, di adattare cioè le sue zampe per il lavoro pratico,


non corrisponde alla realtà: infatti l’elefante ha come elemento «tecnico» la proboscide e dal punto


di vista «elefantesco» se ne serve a meraviglia per strappare alberi, per difendersi in certe circostanze


ecc.


Tu mi avevi scritto che ti piaceva la storia e cosí siamo giunti alla proboscide dell’elefante.


Io credo che per studiare la storia non bisogna troppo fantasticare su ciò che sarebbe successo


«se»... (se l’elefante si fosse drizzato sulle gambe posteriori per dare maggior sviluppo al cervello,


se... se...; e se l’elefante fosse nato con le ruote? sarebbe stato un tranvai naturale! e se avesse avuto


le ali? Immagina un’invasione di elefanti come quella delle cavallette!).


È già molto difficile studiare la storia realmente svoltasi, perché di una gran parte di essa si è


perduto ogni documento; come si può perdere il tempo a stabilire ipotesi che non hanno fondamento?


E poi nelle tue ipotesi c’è troppo antropomorfismo. Perché l’elefante doveva evolversi come


l’uomo? Chi sa se qualche saggio vecchio elefante o qualche giovinetto ghiribizzoso elefantino, dal


suo punto di vista, non fa delle ipotesi sul perché l’uomo non è diventato un proboscidato!


Aspetto una tua lunga lettera su questo argomento.


Qui non ha fatto molto freddo. Ci sono sempre dei fiori sbocciati. Non ho con me nessun uccelletto,


ma vedo sempre nel cortile due coppie di merli e i gatti che si appiattano per prenderli; ma i


merli non pare se ne preoccupino e sono sempre allegri ed eleganti nelle loro mosse.


Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XXXIX


Un calcio ben dato


Caro Delio,


questa volta non mi parli degli elefanti come portatori di una eventuale civiltà. Gli elefanti


ce li hai di sapone e in questo senso possono portare la civiltà (o un aspetto di essa) nella sala da


bagno: poveri elefanti! È vero che mi parli di tante cose, e io dovrei iniziare con te una serie di polemiche.


Benissimo! Ma quali cose ti interessano di piú? Una volta mi hai scritto che ti interessava la


storia, ma poi non sei stato capace di continuare la quistione e hai scantonato sugli elefanti; adesso


mi pare che ti interessi alle scimmie come progenitori degli uomini. Ma anche in questo senso mi


par di poter dire che a te piace piú la fantasticheria che la storia, e che sarebbe piú opportuno studiare


la storia reale, quella che si può scrivere sulla base di documenti ben precisi e concreti.


Il fantasticare su delle ipotesi scientifiche era proprio degli uomini di cinquant’anni fa, che


vivevano in condizioni molto difficili di lotta ideologica. Oggi molte quistioni sono cadute nel nulla


perché la vita ha superato e protagonista e antagonista, e ha creato il costruttore. Purtroppo è difficile


liberarsi delle cose morte; ma tu dacci un calcio nel mezzo e studia solo le cose concrete.


Ti abbraccio


ANTONIO


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Lettera XL


Impara a discernere


Carissimo Delio,


puoi scrivere su Puskin quando vuoi; anzi è meglio che ci pensi bene, in modo da darmi una


prova conclusiva delle tue capacità a pensare, a ragionare e a criticare (cioè a discernere il vero dal


falso, il certo dal possibile e dal verosimile). Non devi però diventare nervoso: io conosco la tua età,


la tua preparazione e quindi saprò giudicare obbiettivamente (anche se ti voglio bene molto molto, e


quindi essere obbiettivo sia piuttosto difficile).


I libri su Puskin e Gorki sarà difficile trovarli; ma poi cosa ne faresti? Ormai sono invecchiati,


mentre ora c’è tutta una letteratura fresca sui due scrittori, letteratura criticamente elaborata su


scoperte fatte negli archivi aperti a una piú giovane e valorosa filologia.


Sono tanto felice che tu stia bene e che non ti stanchi nello studiare.


Caro, ti abbraccio e ti incarico di abbracciare tanto la mamma da parte mia.


ANTONIO


Lettera XLI


I cinque minuti del babbo


Caro Delio,


aspetto che tu risponda alla quistione su Puskin, senza fretta; tu devi ferrarti bene e fare del


tuo meglio.


Come va la scuola per te e per Giuliano? Adesso che avete le annotazioni ogni mese, sarà


piú facile il controllo sull’andamento dei corsi.


Ti ringrazio di avere abbracciato forte forte la mamma per parte mia: penso che devi farlo


ogni giorno, ogni mattino. Io penso sempre a voi: cosí immaginerò ogni mattino: ecco i miei figli e


Giulia pensano a me in questo momento. Tu sei il fratello maggiore, ma devi dirlo anche a Giuliano,


cosí ogni giorno avrete i «cinque minuti del babbo». Cosa ne pensi?


Ti bacio.


ANTONIO


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Lettera XLII


I geni sono pochi


Caro Delio,


ho saputo da mamma Giulia che la mia ultima lettera (o anche altre?) ti ha procurato dispiacere.


Perché non me ne hai scritto nulla? Quando nelle mie lettere qualcosa ti dispiace, è bene che tu


me lo faccia sapere e mi spieghi le tue ragioni. Tu mi sei molto caro e io non voglio procurarti nessun


dolore: sono tanto lontano e non posso accarezzarti e aiutarti come vorrei a risolvere le quistioni


che nascono nel tuo cervello. Devi, ad esempio, ripetermi la quistione che una volta mi avevi posto


riguardo a Cecov e alla quale non ho risposto: io non me ne ricordo proprio per nulla. Se tu sostenevi


che Cecov è uno scrittore sociale, avevi ragione, ma una ragione che non deve inorgoglirti perché


già Aristotele aveva detto che tutti gli uomini sono animali sociali. Credo che tu volevi dire di piú,


che cioè Cecov esprimeva una determinata situazione sociale, esprimeva alcuni aspetti della vita del


suo tempo e li esprimeva in modo da dover essere considerato uno scrittore «progressivo». Naturalmente


non si può dire tutto di Cecov in poche parole. E cosí su Turgheniev.


Tu osservi che il giornale dei pionieri, nel passato, dedicava molto spazio a Tolstoi e poco o


quasi nulla a Gorki.


Adesso che Gorki è morto e si stente il dolore della sua perdita, ciò può apparire una cosa


non giusta. Ma bisogna giudicare con spirito critico in ogni momento, e allora non bisogna dimenticare


che Tolstoi è stato uno scrittore «mondiale», uno dei pochi scrittori di ogni paese che ha raggiunto


la maggiore perfezione nell’arte e ha suscitato e suscita torrenti di emozioni da per tutto, anche


in traduzioni pessime, anche in uomini e donne che sono abbrutiti dalla fatica e hanno una cultura


elementare. Tolstoi è stato davvero un portatore di civiltà e di bellezza e nel mondo contemporaneo


ancora nessuno lo ha eguagliato: per trovargli compagnia occorre pensare a Omero, a Eschilo,


a Dante, a Shakespeare, a Goethe, a Cervantes, e altri pochissimi.


Sono contento della tua lettera, e piú contento che ti senti meglio, che ti arrampichi sui muri


per vedere l’eclissi, che farai i bagni e delle passeggiate nel bosco e che imparerai l’italiano. Anche


irrobustirsi è fare qualche cosa.


Caro, ti abbraccio forte.


ANTONIO


Lettera XLIII


L’intrepido pioniere


Cara Giulia,


puoi dire a Delio che la notizia che mi ha mandato mi ha interessato moltissimo, perché è


importante e oltremodo seria. Tuttavia spero che qualcuno, con un po’ di gomma, abbia riparato il


maldestro fatto da Giuliano e che, pertanto, il cappello non sia già diventato cartastraccia.


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Ti ricordi come a Roma Delio credesse che io potessi accomodare tutte le cose rotte? Certo


adesso se ne è dimenticato. E lui ha la tendenza ad aggiustare? Questo, secondo me, sarebbe un indizio...


di costruttività, di carattere positivo, piú che il gioco del meccano.


Tu sbagli, se credi che io, da piccolo, avessi tendenze letterarie e filosofiche, come hai scritto.


Ero invece un intrepido pioniere e non uscivo di casa senza avere dei chicchi di grano e dei


fiammiferi avvolti in pezzettini di tela cerata, per il caso che potessi essere sbattuto in un’isola deserta


e abbandonato ai miei soli mezzi.


Ero poi un costruttore ardito di barche e di carretti e conoscevo a menadito tutta la nomenclatura


marinaresca: il mio piú grande successo fu quando un tolaio del paese mi domandò il modello


di carta di una superba goletta a due ponti, per riprodurla in latta. Ero, anzi, ossessionato da queste


cose perché a sette anni avevo letto Robinson e l’Isola misteriosa. Credo, anzi, che una vita infantile


come quella di trent’anni fa oggi sia impossibile: oggi i bambini, quando nascono, hanno già


ottant’anni, come il Lao-Tse cinese. La radio e l’aeroplano hanno distrutto per sempre il robinsonismo


che è stato il modo di fantasticare di tante generazioni. L’invenzione stessa del meccano indica


che il bambino si intellettualizza rapidamente. Il suo eroe non può essere Robinson, ma il poliziotto


o il ladro scienziato, almeno nell’Occidente.


Cara, ti abbraccio coi bambini.


ANTONIO


Lettera XLIV


I tre giganti


Carissima Giulia,


nella nostra corrispondenza talvolta manca una «corrispondenza» effettiva e concreta. Se a


questo si aggiunge l’elemento tempo, che fa dimenticare quello che si è scritto precedentemente,


l’impressione del puro «monologo» si rafforza.


Non ti pare? Ricordo una novellina popolare scandinava: tre giganti abitano nella Scandinavia


lontani l’uno dall’altro come le grandi montagne. Dopo migliaia d’anni di silenzio, il primo gigante


grida agli altri due: «Sento muggire un armento di vacche!». Dopo trecento anni il secondo


gigante interviene: «Ho sentito anch’io il mugghio!». E dopo altri trecento anni, il terzo gigante intima:


«Se continuate a far chiasso cosí me ne vado!».


Beh! c’è un vento di scirocco che dà l’impressione di essere ubriachi.


Cara, ti abbraccio teneramente con i nostri bambini.


ANTONIO


29


Lettera XLV


I giochi di Stlivi


Cara Giulia,


mi ha interessato ciò che hai scritto di Delio scolaro, della sua serietà interiore che non è disgiunta


da un certo amore per l’allegria.


Sento con molto pungente rammarico l’essere stato privato della partecipazione allo sviluppo


della personalità e della vita dei due bambini; eppure io diventavo subito amico dei bambini e


riuscivo a interessarli.


Ricordo sempre una nipotina della mia padrona di casa a Roma: aveva quattro anni e aveva


un nome molto difficile, preso dall’onomastica turca. Non riusciva ad aprir la porta della mia camera,


dove si avvicinava di soppiatto perché la nonna le aveva detto che non bisognava disturbarmi,


perché scrivevo sempre. Bussava piano piano, timidamente, e quando io domandavo: «Chi è?», rispondeva:


«Stlivi! Vuoi giocare?»; poi entrava, offriva la guancia da baciare, e voleva le facessi gli


uccellini o dei quadri bizzarri, ottenuti da gocce di inchiostro lanciate a caso sulla carta.


Carissima, ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


Lettera XLVI


Un colpo di sole


Carissima Tania,


una mia rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti piú tenere sono bruciate


e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme. Non è


morta almeno finora.


La catastrofe solare era inevitabile, perché potei coprirla solo con della carta, che il vento


portava via: sarebbe stato necessario avere un bel mazzo di paglia, che è cattiva conduttrice del calore


e nello stesso tempo ripara dai raggi diretti. In ogni modo la prognosi è favorevole, a eccezione


di complicazioni straordinarie.


I semi hanno tardato molto a sortire in pianticelle: tutta una serie si intestardisce a fare la vita


sotterranea. Certo eran semi vecchi e in parte tarlati. Quelli usciti alla vita del mondo si sviluppano


lentamente. Quando ti ho detto che una parte dei semi erano bellissimi, volevo dire che erano


utili da mangiare. Infatti alcune pianticelle rassomigliano stranamente al prezzemolo e alle cipolline


piú che ai fiori.


A me ogni giorno viene la tentazione di tirarle un po’ per aiutarle a crescere, ma rimango incerto


tra le due concezioni del mondo e dell’educazione: se lasciar fare la natura che non sbaglia


mai ed è fondamentalmente buona o se sforzare la natura, introducendo nell’evoluzione la mano esperta


dell’uomo e il principio d’autorità. Finora l’incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le


due ideologie.


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Le sei piantine di cicoria si sono subito sentite a casa loro e non hanno avuto paura del sole:


già cacciano fuori il frutto che darà i semi per le messi future. Le dalie e il bambú dormono sotterra


e non hanno ancora dato segni di vita! Le dalie specialmente credo siano veramente spacciate.


Poiché siamo su questo argomento, voglio pregarti di mandarmi ancora qualche qualità di


semi: 1. di carote, ma della qualità detta pastinaca, che è un piacevole ricordo della mia prima fanciullezza:


a Sassari ne vendono di quelle che pesano mezzo chilo e prima della guerra costavano un


soldo, facendo una certa concorrenza alla liquerizia; 2. di piselli; 3. di spinaci; 4. di sedani. Su un


quarto di metro quadrato voglio mettere quattro o cinque semi per qualità; e vedere come vengono.


Carissima, ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XLVII


La rosa guarita


Carissima Tania,


sai, la rosa si è completamente ravvivata. Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a mettere


occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde; adesso ha dei rametti lunghi già


quindici centimetri. Ha provato anche a dare un bocciolino piccolo piccolo che però ad un certo


punto è illanguidito ed ora sta ingiallendo. In ogni modo, non è neanche escluso che qualche rosellina


timida timida la conduca a compimento quest’anno stesso. Ciò mi fa piacere, perché da un anno


in qua i fenomeni cosmici mi interessano (forse il letto, come dicono al mio paese, è posto secondo


la direzione buona dei fluidi terrestri e quando riposo le cellule dell’organismo roteano all’unisono


con tutto l’universo).


Ho aspettato con grande ansia il solstizio d’estate e ora che la terra si inchina (veramente si


raddrizza dopo l’inchino) verso il sole, sono piú contento (la quistione è legata col lume che portano


la sera ed ecco trovato il fluido terrestre!); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizi e agli equinozi, lo


sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo


e sotto la neve palpitano già le prime violette; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta,


da quando lo spazio non esiste piú per me.


Cara Tania, finisco di divagare e ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera XLVIII


Cherubini senza ali


Cara Tania,


ho ricevuto la fotografia dei bambini e sono stato molto contento, come puoi immaginare.


Sono stato anche molto soddisfatto perché mi sono persuaso coi miei occhi che essi hanno un corpo


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e delle gambe: da tre anni non vedevo che solo delle teste e mi era cominciato a nascere il dubbio


che essi fossero diventati dei cherubini senza le alette agli orecchi. Insomma ho avuto una impressione


di vita piú viva.


Carissima, ti abbraccio affettuosamente.


ANTONIO


Lettera XLIX


La mia giornata


Carissima Tania,


da qualche giorno ho cambiato di cella e di raggio (il carcere è diviso in raggi). Prima ero al


1° raggio, 13a cella; adesso sono al 2° raggio, 22a cella.


La mia vita trascorre, su per giú, come prima. Te la voglio descrivere un po’ minutamente;


cosí ogni giorno potrai immaginare ciò che faccio.


La cella è ampia come una stanza da studente: a occhio la calcolo tre metri per quattro e


mezzo, e tre e mezzo d’altezza. La finestra dà sul cortile, dove si prende l’aria: non è una finestra


regolare, naturalmente: è una cosiddetta «bocca di lupo», con le sbarre all’interno; si può vedere solamente


una fetta di cielo, non si può guardare nel cortile o lateralmente.


La disposizione di questa cella è peggiore della precedente che era esposta a sud sud-ovest


(il sole si vedeva verso le dieci e alle due occupava il centro della cella con una striscia di almeno


sessanta centimetri); nell’attuale cella, che deve essere esposta a sud-ovest ovest; il sole si vede verso


le due e sta in cella fin tardi, ma con una striscia di venticinque centimetri. In questa stagione, piú


calda, forse cosí andrà meglio.


Inoltre: l’attuale cella è posta sull’officina meccanica del carcere e si sente il rombo delle


macchine; ma mi abituerò.


La cella è molto semplice e molto complessa insieme. Ho una branda a muro con due materassi


(uno di lana): la biancheria viene cambiata ogni quindici giorni circa. Ho un tavolino e una


specie di comodino-armadio, uno specchio, un catino e una brocca di ferro smaltato. Possiedo molti


oggetti in alluminio acquistati alla Rinascente, che ha organizzato un reparto nel carcere. Possiedo


alcuni libri miei; ogni settimana ricevo in lettura otto libri della biblioteca del carcere (doppio abbonamento).


Al mattino mi levo alle sei e mezzo, alle sette suonano la sveglia: caffè, toilette, pulizia


della cella; prendo mezzo litro di latte e ci mangio un panino; alle otto circa si va all’aria, che dura


due ore. Passeggio; studio la grammatica tedesca, leggo la Signorina-contadina di Puskin e imparo


a memoria una ventina di righe del testo. Compro un giornale industriale-commerciale, e leggo


qualche notizia economica; il martedí compro il Corriere dei Piccoli, che mi diverte; il mercoledí la


Domenica del Corriere; il venerdí il Guerin Meschino, cosiddetto umoristico. Dopo l’aria, caffè; ricevo


tre giornali;il pranzo arriva in ore disparate, dalle dodici alle tre; riscaldo la minestra (in brodo


o asciutta), mangio un pezzettino di carne (se è di vitello, perché non riesco ancora a mangiare la


carne di manzo), un panetto, un pezzetto di formaggio (la frutta non mi piace) e un quarto di vino.


Leggo un libro, passeggio, rifletto su tante cose. Alle quattro, quattro e mezzo, ricevo altri due giornali.


Alle sette ceno (la cena arriva alle sei): minestra, due uova crude, un quarto di vino; il formaggio


non riesco a mangiarlo. Alle sette e mezzo suona il silenzio; vado a letto e leggo dei libri fino


alle undici-dodici. Da due giorni, verso le nove bevo una chicchera di camomilla.


Ti abbraccio.


ANTONIO


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Lettera L


Un po’ d’invidia


Cara Giulia,


ho ricevuto la tua lettera. Le fotografie non mi sono ancora giunte; spero che ci sarà anche la


tua. Naturalmente voglio vedere anche te in gruppo coi bambini, come nella fotografia dell’anno


scorso, perché nel gruppo c’è già qualcosa di movimentato, di drammatico, si colgono dei rapporti,


che possono essere prolungati, immaginati in quadretti, in episodi di vita concreta, quando non c’è


l’obiettivo del fotografo spianato. D’altronde io credo di conoscerti abbastanza per immaginare altri


quadretti, ma non posso immaginare abbastanza le azioni e reazioni dei bambini nei rapporti con te.


Poi, sono invidioso perché non posso godere la prima freschezza delle impressioni sulla vita


dei bambini, e aiutarti a guidarli e a educarli.


Cara, ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera LI


Il «babirussa»


Carissima Tania,


una cosa che mi ha fatto molto ridere nell’ultima tua cartolina, è la tua affermazione di sapere


che io ci tengo a che mi si facciano gli auguri per il mio onomastico. Non so chi ti abbia rivelato


questo segreto, che tenevo accuratamente nascosto; tanto nascosto e tanto segreto che dall’età di sei


anni non sapevo neppure piú di custodire (solo fino ai sei anni ho ricevuto dei regali per il mio onomastico).


Però un altro segreto io ti voglio rivelare: non sono mai riuscito a soddisfare e forse, ahimè,


non lo soddisferò mai, il desiderio di mangiare una frittura mista di rognoni e di cervello di babirussa


e di rinoceronte.


Cara Tania, in ogni modo ti ringrazio degli auguri, con la semplice avvertenza che il


Sant’Antonio che mi protegge non è quello di giugno, ma quello di gennaio, accompagnato dalla


specie europea del babirussa. Purtroppo il babirussa abita solo nelle isole della Sonda e quindi è


molto difficile da procurare, specialmente sotto forma di cervello e rognoni freschi.


Carissima Tania, ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


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Lettera LII


Nove lire al mese


Cara Tania,


mi dirigo da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino. Ho incominciato a lavorare


da quando avevo undici anni, guadagnando ben nove lire al mese (ciò che del resto significava


un chilo di pane al giorno) per dieci ore di lavoro, compresa la mattina della domenica, e me la


passavo a smuovere registri che pesavano piú di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi


doleva tutto il corpo.


Ho conosciuto quasi sempre solo l’aspetto piú brutale della vita e me la sono sempre cavata,


bene o male. Neanche mia madre conosce tutta la mia vita e le traversie che ho passato.


Cara Tania, ti abbraccio affettuosamente.


ANTONIO


Lettera LIII


Senza la coda


Carissima Tania,


io non sono mai stato un giornalista che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve


continuamente mentire, perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato giornalista


liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie convinzioni


per fare piacere a dei padroni.


È strano che tu vorresti da me una spiegazione del fatto che alcuni gruppi cosacchi credevano


che gli ebrei avessero la coda. Si tratta di una barzelletta, raccontatami da un ebreo, commissario


politico di una divisione d’assalto di cosacchi di Orenburg durante la guerra russo-polacca del 1920.


Questi cosacchi non avevano ebrei nel loro territorio e li concepivano secondo la propaganda clericale


come esseri mostruosi che avevano ammazzato Dio. Essi non volevano credere che il commissario


politico fosse ebreo: «Tu sei dei nostri», gli dicevano, «non sei un ebreo; sei pieno di cicatrici


delle ferite toccate dalle lance polacche, combatti insieme con noi; gli ebrei sono un’altra cosa».


La quistione delle razze non mi interessa. Cosí è senza valore il tuo accenno all’importanza


dei sepolcri per ciò che riguarda la civiltà; ciò è vero solo per i tempi antichi, per i quali i sepolcri


sono i soli monumenti non distrutti dal tempo e perché dentro i sepolcri, accanto al defunto, venivano


messi gli oggetti della sua vita quotidiana. In ogni caso questi sepolcri ci dànno un aspetto molto


limitato dei tempi in cui furono costruiti.


Io non ho nessuna razza; mio padre è di origine albanese, mia madre è sarda per il padre e


per la madre, e la Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847, dopo essere stata un feudo personale


e un patrimonio dei principi piemontesi che la ebbero in cambio della Sicilia che era troppo lontana


e meno difendibile. Tuttavia la mia cultura è italiana fondamentalmente, e questo è il mio mondo;


non mi sono mai accorto di essere dilaniato tra due mondi.


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D’altronde nessuno in Liguria si spaventa se un marinaio si porta al paese una moglie negra.


Non vanno a toccarla col dito insalivato per vedere se il nero va via né credono che le lenzuola rimarranno


tinte di nero.


Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


Lettera LIV


Vasellina all’elefante


Carissima Giulia,


ho ricevuto le tue due lettere. Sono piú tranquillo da quando ho ripreso a scriverti.


Tania mi ha raccontato, molto divertita, che Delio ha pensato di ungere con la vasellina un


elefante, di cui aveva sentito, probabilmente, la pelle ruvida sotto le dita; a me pare non molto strano


che un ragazzo pensi di ungere un elefante con la vasellina, sebbene non credo che da ragazzo


potessero venirmi idee simili.


Mi ha anche riferito che Giuliano vuol sapere tutto ciò che si riferisce a me: penso che ciò


sia in relazione col fatto di aver visto un mio ritratto in un parco di cultura. Carissima, quando penso


a tutte queste cose, e alla vostra vita, che da tanti anni (quasi un quarto della mia esistenza e piú di


un quarto della tua) si svolge cosí staccata dalla mia, non mi sento molto allegro. Eppure occorre resistere,


cercare di acquistare forza. D’altronde, ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile; tu


che ricordi tante cose del passato, ricordi quando ti dicevo che «andavo in guerra»? Non era forse


molto serio da parte mia, ma era vero e in realtà cosí io sentivo. E ti volevo molto, molto bene.


Sii forte e fa’ di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi.


ANTONIO


Lettera LV


Come in guerra


Carissima Teresina,


il peggiore guaio della mia attuale vita è la noia. Almeno, i primi tre mesi dopo l’arresto furono


molto movimentati: sballottato da un estremo all’altro della penisola, sia pure con molte sofferenze


fisiche, non avevo tempo di annoiarmi. Sempre nuovi spettacoli da osservare, nuovi tipi di eccezione


da catalogare: davvero mi pareva di vivere in una novella fantastica.


Ma ormai da piú di un anno sono fermo a Milano, in ozio forzato.


Mi preoccupa molto lo stato d’animo della mamma, d’altronde non so come fare per rassicurarla


e consolarla. Vorrei infonderle la convinzione che io sono tranquillissimo, come realmente sono,


ma vedo che non mi riesce.


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Per lei il mio incarceramento è una terribile disgrazia alquanto misteriosa nelle sue concatenazioni


di cause ed effetti; per me è un episodio della lotta politica che si combatteva e si continuerà


a combattere non solo in Italia, ma in tutto il mondo, per chi sa quanto tempo ancora. Io sono rimasto


preso, cosí come durante la guerra si poteva cadere prigionieri, sapendo che questo poteva avvenire


e che poteva avvenire anche di peggio. Ma temo che anche tu la pensi come la mamma.


Saluti affettuosi a tutti. Vi abbraccio.


ANTONIO


Lettera LVI


Il pennino gratta


Carissima Tania,


hai rimandato la fotografia di Delio a mia madre, come avevi promesso? Farai molto bene:


la poveretta ha molto sofferto per il mio arresto e credo che soffra tanto piú in quanto nei nostri paesi


è difficile comprendere che si può andare in prigione senza essere né un ladro, né un imbroglione,


né un assassino; essa vive in condizioni di spavento permanente fin dallo scoppio della guerra (tre


miei fratelli erano al fronte) e aveva ed ha una frase sua: «I miei figli li macelleranno», frase che in


sardo è terribilmente piú espressiva che in italiano: «faghere a pezza». «Pezza» è la carne che si


mette in vendita, mentre per l’uomo si adopera il termine «carre». Non so proprio come consolarla.


Carissima Tania, non riesco a scriverti; mi hanno ancora dato un pennino che gratta la carta


e mi obbliga a un vero acrobatismo digitale. Attendo tue lettere. Ti abbraccio.


ANTONIO


Lettera LVII


Quinto Natale


Carissima mamma,


ecco il quinto Natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente


la condizione di coatto in cui passai il Natale del ’26 ad Ustica era ancora una specie di paradiso


della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia


serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, non rido piú di gusto come una volta,


ma credo di essere diventato piú saggio e di aver arricchito la mia esperienza degli uomini e delle


cose.


Del resto non ho perduto il gusto della vita; tutto mi interessa ancora e sono sicuro che se


anche non posso sgranocchiare fave arrostite, tuttavia non proverei dispiacere a vedere e sentir gli


altri a sgranocchiare. Dunque non sono diventato vecchio, ti pare? Si diventa vecchi quando si comincia


a temere la morte e quando si prova dispiacere a vedere gli altri fare ciò che noi non possiamo


piú fare.


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In questo senso sono sicuro che neanche tu sei diventata vecchia nonostante la tua età. Sono


sicuro che sei decisa a vivere a lungo per poterci rivedere tutti insieme e per poter conoscere tutti i


tuoi nipotini: finché si vuol vivere, finché si sente il gusto della vita e si vuole raggiungere ancora


qualche scopo, si resiste a tutte le malattie. Devi persuaderti però che occorre anche risparmiare un


po’ le proprie forze e non intestarsi a fare dei grandi sforzi come quando si era di primo pelo.


Tanti auguri a tutti e saluti a tutti di casa. Ti abbraccio teneramente.


ANTONIO


Lettera LVIII


Pane di casa


Carissima Teresina,


il giorno di Natale ho ricevuto il tuo pacco. Di’ alla mamma che era tutto in ordine e che


nulla si è guastato; anche il pane era ancora fresco e l’ho mangiato con molto gusto: si sentiva il sapore


del granoturco sardo molto buono. Credo che non ne mangiavo da quindici o sedici anni.


Le notizie sulle condizioni di salute della mamma mi hanno dato molto dispiacere. Sono sicuro


che avrete molta pazienza con lei: se ci pensi bene, ella si meriterebbe ben altro che della pazienza,


perché ha lavorato per noi tutta la vita, sacrificandosi in modo inaudito; se fosse stata


un’altra donna, chi sa che fine disastrosa avremmo fatto tutti fin da bambini; forse nessuno di noi


oggi sarebbe vivo. Ti pare?


Ti abbraccio affettuosamente con la mamma e tutti di casa.


ANTONIO


Lettera LIX


Pesci contro zanzare


Carissima mamma,


ho ricevuto la tua lettera e sono stato molto contento nel sapere che ti sei rinforzata e che


andrai almeno per un giorno alla festa di San Serafino.


Come mi piaceva, da ragazzo, la valle di Tirso sotto San Serafino! Stavo ore e ore seduto su


una roccia ad ammirare quella specie di lago che il fiume formava proprio sotto la chiesa, per il piccolo


sbarramento costruito piú a valle; a vedere le gallinelle che uscivano dai canneti tutto intorno a


nuotare verso il centro, e i salti dei pesci che cacciavano le zanzare.


Forse adesso è tutto cambiato, se hanno incominciato a costruire la chiusa progettata per


raccogliere le acque del Flumineddu. Mi ricordo ancora come una volta vidi un grosso serpe entrare


nell’acqua e uscirne poco dopo con una grossa anguilla in bocca e come ammazzai il serpe e gli


portai via l’anguilla, che poi dovetti buttare via perché non sapevo come fare a portarla; si era irrigidita


come un bastone e mi faceva puzzare le mani.


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Abbracci a tutti, specialmente ai bambini e a te, cara mamma, il piú teneramente possibile.


ANTONIO


Lettera LX


Il paradiso della mamma


Carissima mamma.


ho ricevuto la lettera che mi hai scritto con la mano di Teresina.


Mi pare che devi spesso scrivermi cosí: io ho sentito nella lettera tutto il tuo spirito e il tuo


modo di ragionare; era proprio una tua lettera e non una lettera di Teresina.


Sai cosa mi è tornato alla memoria? Proprio mi è riapparso chiaramente il ricordo di quando


ero in prima o in seconda elementare e tu mi correggevi i compiti: ricordo perfettamente che non


riuscivo mai a ricordare che «uccello» si scrive con due «c», e questo errore tu me lo hai corretto


almeno dieci volte.


Dunque se ci hai aiutato a imparare a scrivere (e prima ci avevi insegnato molte poesie a


memoria; io ricordo ancora Rataplan e l’altra «Lungo i clivi della Loira, - che qual nastro argentato


- corre via per cento miglia - un bel suolo avventurato»), è giusto che uno di noi ti serva da mano


per scrivere quando non sei abbastanza forte. Solamente che il ricordo di Rataplan e della Canzone


della Loira ti faranno sorridere. Eppure ricordo anche quanto ammirassi (dovevo avere quattro o


cinque anni) la tua abilità nell’imitare sul tavolo il rullo del tamburo quando declamavi Rataplan.


Del resto tu non puoi immaginare quante cose io ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica


e piena di tenerezza per noi.


Se ci pensi bene tutte le quistioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e


dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione


si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene o di male, passa di padre in figlio, da una


generazione all’altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che abbiamo di te sono di bontà


e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già d’allora nell’unico paradiso


che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli.


Ti abbraccio teneramente con tutti di casa.


ANTONIO


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Indice


Lettera I Avventura natalizia


Lettera II Che farò da grande


Lettera III I due passerotti


Lettera IV Il topo e la montagna


Lettera V Lo «scurzone»


Lettera VI Caccia alle rane


Lettera VII L’albero del riccio


Lettera VIII La volpe e il puledro


Lettera IX La sigaretta nella ciminiera


Lettera X Vi piace Pinocchio?


Lettera XI Incontro col mare


Lettera XII Leoni e storie


Lettera XIII Il gioco della dama


Lettera XIV Un cagnolino da latte


Lettera XV L’«abat-jour»


Lettera XVI Studiare è difficile


Lettera XVII Il regalo del babbo


Lettera XVIII Studiar bene


Lettera XIX Disegna come vuoi


Lettera XX Un raro animale


Lettera XXI «Barbabucco»


Lettera XXII Impara a star seduto


Lettera XXIII Mantenere le promesse


Lettera XXIV Piú di mezzo soldato


Lettera XXV Omero dormicchia


Lettera XXVI Impara a essere ordinato


Lettera XXVII Ogni cosa è seria


Lettera XXVIII Divertiamoci insieme


Lettera XXIX Sei un giovinetto


Lettera XXX Il primo orologio


Lettera XXXI «Il pappagallo sta bene!»


Lettera XXXII La scimmia pensatrice


Lettera XXXIII Il cane-bambinello


Lettera XXXIV Il pappagallo malato


Lettera XXXV Le penne ricrescono


Lettera XXXVI Studia la storia


Lettera XXXVII Il cervello dello struzzo


Lettera XXXVIII L’elefante motorizzato


Lettera XXXIX Un calcio ben dato


Lettera XL Impara a discernere


Lettera XLI I cinque minuti del babbo


Lettera XLII I geni sono pochi


Lettera XLIII L’intrepido pioniere


Lettera XLIV I tre giganti


Lettera XLV I giochi di Stlivi


Lettera XLVI Un colpo di sole


Lettera XLVII La rosa guarita


Lettera XLVIII Cherubini senza ali


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Lettera XLIX La mia giornata


Lettera L Un po’ d’invidia


Lettera LI Il «babirussa»


Lettera LII Nove lire al mese


Lettera LIII Senza la coda


Lettera LIV Vasellina all’elefante


Lettera LV Come in guerra


Lettera LVI Il pennino gratta


Lettera LVII Quinto Natale


Lettera LVIII Pane di casa


Lettera LIX Pesci contro zanzare


Lettera LX Il paradiso della mamma

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