mercoledì 22 agosto 2012

Giovanna Simonetti - Perchè una riflessione sulla pedagogia?

PEDAGOGIA GENERALE




Giovanna Simonetti

Perchè una riflessione sulla pedagogia?  

settembre 2009

 

riflessione sulla pedagogiaLa Pedagogia come Scienza autonoma è nata da poco, è sempre stata considerata ancella ora della Filosofia ora della Psicologia. Una riflessione che avesse come oggetto il processo educativo nella sua interezza (inteso come interazione dell’educatore e dell’educando) è un “fatto assai recente”. Detto ciò passiamo a cos’è la Pedagogia.
Considerato quanto sopra è implicito pensare che la Pedagogia è la Scienza che studia l’educazione.
A questo punto la domanda che ha senso porsi è: “cos’è l’educazione?”
La risposta che più comunemente viene data a questa domanda da educatori e pedagogisti è la seguente: “educare deriva dal termine educere che significa tirare fuori”. Pertanto educare significa, secondo questa definizione (corretta, ci tengo a sottolineare) sviluppare nel soggetto quelle abilità o potenzialità che l’individuo gia possiede e far in modo attraverso processi di apprendimento che ne acquisisca altre.
Ma è tutto così semplice?
Secondo me no.
Ecco perché ritengo importante una riflessione pedagogica proprio in un’epoca in cui l’educazione ma soprattutto le agenzie educative (scuola, famiglia, oratori) stanno perdendo il loro valore e la loro ragion d’essere.
Partendo da una considerazione pienamente personale preferisco parlare di processo educativo e non di educazione in quanto ritengo che quest’ultimo termine si ponga ad un livello più astratto e non sia in grado di cogliere il dinamismo insito nel termine processo inteso come un percorso che ha un inizio (magari anche ben definito) ma all’interno del quale possono intervenire una pluralità di variabili.
Per rendere più semplice questo concetto faccio riferimento ad un famoso film di animazione: Il Mago di Oz.

Questo film narra di una ragazza Dorothy che annoiata della sua vita in una fattoria del Kansas sogna mondi lontani, finchè un ciclone non la catapulta in un mondo fantastico dal quale però lei vuole tornare indietro.
Per fare cio deve recarsi nel paese di Oz e rivolgersi al mago. La ragazza allora si incammina sul sentiero dorato.

Già da qui emergono i primi elementi di cio che è un processo educativo:
intenzionalità: Dorothy decide di intraprendere il viaggio. Pertanto assume un ruolo attivo. L’attivismo dell’educando va contro quell’errata concezione pedagogica che vedeva nel bambino (o in qualsiasi soggetto in formazione) un contenitore vuoto da riempire (la cosiddetta “tabula rasa”) l’educando è una Persona e come tale si inserisce nel processo con il suo carattere, i suoi modi di fare, un sistema valoriale, tutte variabili che vanno ad influire nel rapporto con l’educatore e sull’esito del processo educativo.
Il rigore scientifico simboleggiato dal sentiero giallo. Dorothy non si incammina in una strada di campagna ma segue una via ben precisa, così pure il processo educativo, per quanto sia influenzato dalle variabili sopra citate (carattere, contesto, situazioni personali) segue comunque delle regole ben precise. Altrimenti la pedagogia non sarebbe una scienza e soprattutto la pedagogia è una scienza prescrittiva (da delle linee di intervento) a differenza della Sociologia che è descrittiva (si limita a descrivere la società e i sistemi che lo compongono).

Nel suo percorso Dorothy incontra lo spaventapasseri a cui manca il cervello, l’uomo di latta a cui manca il cuore ed il leone a cui manca il coraggio. Tutti e quattro sono coscienti di avere delle carenze e si avviano dal Mago di Oz.

Questi tre personaggi simboleggiano le diverse Aree di intervento educativo:
l’area cognitiva;
affettiva;
valoriale.
La Persona nella sua interezza si compone di molteplici dimensioni ed ognuna di questa è educabile.

Dopo varie prove, sconfiggendo la strega cattiva, i quattro amici arrivano dal Mago, il quale chiede loro di superare un’ennesima prova. Al termina della quale il Mago fa riflettere i quattro amici. Per superare tutte le prove hanno fatto affidamento sulle loro capacità, quindi li invita a cercare non fuori ma dentro di se cio di cui necessitano. Poi regala loro un oggetto che possa sempre aiutarli a ricordare questa cosa.

Qui emerge quel significato iniziale del termine educazione inteso come educere, tirar fuori.
Il Mago, non crea niente, ma attraverso le varie prove a cui ha sottoposto i quattro amici, osservandoli da lontano e intervenendo dove possibile ha permesso loro di sviluppare le capacità gia insite in loro. Infine ha fornito loro gli strumenti per continuare a “fare da soli”.
Si, perché fine ultimo di un percorso di crescita è sempre l’autonomia del soggetto.
L’educazione è quel processo che si pone l’obiettivo di portare “l’essere ad un dover essere” (un soggetto violento a dover essere un soggetto integrato, un soggetto dipendente ad essere un soggetto libero e così via).
Con questa premessa, nelle prossime riflessioni spero di esaminare, sempre dal mio modesto punto di vista, il rapporto tra educatore ed educando.

 

Il Disabile è la Persona ottobre 2009


Il Disabile è la PersonaTutti gli interventi che mirano all’istruzione o all’addestramento poggiano su due assi: la trasmissione di conoscenze (sapere) e l’acquisizione di abilità (saper fare).
Partendo da questa affermazione, perno degli interventi diventa il contenuto da trasmettere (informazioni o abilità) senza dare molto peso al soggetto in formazione.
Un intervento educativo che voglia definirsi tale invece, a mio parere, fa riferimento a quelle teorie che esaltano la centralità della Persona all’interno di un contesto sociale. Pertanto scopo dell’intervento educativo diventa non solo la mera trasmissione di conoscenze ma lo sviluppo e la piena integrazione dell’individuo all’interno del suo ambiente.
La diade sapere e saper fare si allarga diventano una triade: Sapere, Saper Fare e Saper Essere, dove quest’ultima accezione sta ad indicare l’acquisizione di norme comportamentali utili alla convivenza, alla socializzazione e alla piena integrazione dell’educando.
Da piccolo al bambino vengono detti quei “no” che lo aiutano a crescere e gli vengono date quelle prime regole da rispettare che gli permettono di vivere liberamente ed in comunione con le persone che lo circondano.
I capricci che inevitabilmente fa rispetto ai divieti, gli servono ad affermare la propria identità ma assecondarli lo porterebbe alla concezione che tutto gli è permesso.
Quindi le agenzie educative ma soprattutto le famiglie devono da subito riconoscere nel Bambino il suo ESSERE PERSONA, pertanto il suo essere titolare non solo di diritti ma anche di Doveri.
Spesso però, soprattutto negli ultimi anni, si sta assistendo ad un fenomeno dilagante: il Bambino diventa Padrone indiscusso della Famiglia e ogni suo desiderio diventa un ordine. Questo atteggiamento che spesso viene giustificato dalle madri (o padri) con la motivazione di voler garantire ai figli quel benessere che magari può essere mancato loro, ha portato ad una generazione in cui integrarsi e socializzare assume il significato di omologazione invece che quello più autentico dell’essere una persona che con una vita sociale attiva, ricca di interessi, affetti, insomma in grado di vivere bene il proprio mondo ovunque si trovi.
Perché è così difficile, puntare sull’autenticità e unicità della Persona?
Mi spiego.
In una classe di venti bambini, se diciannove hanno il cellulare ad otto anni e il ventesimo bambino non ce l’ha verrà visto come un bambino fuori dal tempo… Magari da compatire perché i genitori non glielo comprano… ed i genitori di quest’ultimo pur di non farlo soffrire, dopo la prima o la seconda richiesta, glielo compreranno pur ritenendo ingiusto l’uso del telefono mobile a quest’età.
Questo bambino crescendo penserà che tutto gli è dovuto perché tutti lo fanno… …e tutto ciò che fa la massa è legge.
Senza tener conto che evitare qualsiasi tipo di frustrazione al Bambino farà di lui un debole, perché si troverà impreparato alle avversità della Vita che inevitabilmente ci sono.
La questione si complica ulteriormente se l’educando è un soggetto disabile ad esempio una persona con problemi mentali (ritardo, disturbi psichiatrici, etc). In questi casi il permissivismo si basa su una sorta di protezionismo esasperato che identifica la PERSONA disabile con la sua patologia.
A volte si pensa che una persona con disturbi mentali non sia in grado di svolgere dei compiti senza nemmeno chiederle di eseguirli. Ci si fossilizza sulle sue lacune e non si punta sul rinforzo o sullo sviluppo delle attività latenti.
Il disabile è persona.
Come tale ha una sua identità, autenticità, un suo modo di rapportarsi al mondo. La patologia che lo connota lo rende spesso soggetto di assistenzialismo ma chi se ne prende cura deve sempre mirare ad una forma di autonomia che gli restituisca dignità.
Il rapporto educatore-educando deve necessariamente passare, anche nel caso di persone con deficit di varia natura, attraverso una continua interazione, bisogna stabilire dei patti, fare dei contratti educativi, rinforzare gli atteggiamenti positivi e biasimare quelli sbagliati sempre nel rispetto delle varie patologie. Bisogna dare fiducia alla persona disabile. Spesso l’assistenzialismo passivo è un modo per non mettersi in gioco come educatori, si ha paura di fallire in un’impresa nuova e allora si parte dal presupposto che la persona di cui ci prendiamo cura “non è in grado di…”.
Certo non mancheranno le sconfitte, certo arriveremo al punto in cui diremo “per la sua patologia ciò non può farlo” ma almeno ci abbiamo provato, ma soprattutto avremo testato concretamente non tanto ciò che la Persona disabile non sa fare ma ciò che è in grado di realizzare, con una grande valenza positiva sull’autostima del disabile stesso. E non mi sembra poco.


Amore e distacchi: il percorso dell'autonomia novembre 2009


Amore e distacchi: il percorso dell'autonomiaDistacchi e altri addii è il titolo di un libro il cui sottotitolo è: “quando separarsi fa bene”.
Il percorso di crescita di ogni persona è un lungo cammino che vede come obiettivo finale la piena realizzazione della persona. Tale realizzazione si raggiunge solo con la piena autonomia cioè con la capacità di fare le proprie scelte in maniera libera e consapevole.
Per fare ciò occorre essere educati a farlo. Come si può educare all’autonomia? Semplicemente non sostituendosi al soggetto in crescita e non aspettandosi dallo stesso che ricalchi un percorso già tracciato da noi.
Il più delle volte, questi processi sono inconsapevoli sia a livello di chi li mette in atto sia di chi li vive o li subisce.
In termini molto semplici: un amore morboso (da parte della madre ma non solo) che tende a fagocitare la vita e i sentimenti dei figli non vengono mai messi in atto in maniera conscia ed egoistica ma rappresenta un modo di amare. Sicuramente sbagliato ma pur sempre un modo di amare che spesso riflette l’incapacità di aver tagliato i “propri cordoni ombelicali”.
Infatti chi non è riuscito a realizzarsi sacrificando la propria vita per i genitori o per altri, si aspetterà a sua volta che i figli (o anche un ipotetico compagno di vita) nutrano un amore così incondizionato da mettere da parte qualsiasi altra cosa in nome di questo rapporto speciale e simbiotico.
Nel libro di Gianna Schelotto sopra citato ci sono due racconti che descrivono molto bene questo mio concetto:

  1. Notte di nozze

  2. Verginità.

Entrambe le storie sottolineano l’incapacità di alcune persone a costruirsi una nuova famiglia.
Creare una famiglia propria significa smettere di essere figli o per meglio dire figli lo si rimane sempre ma si smette di essere piccoli, si esce da sotto l’ala protettiva della famiglia di origine e ci si appresta a prendere il volo. Diventare moglie e madre (o anche padre e marito) significa assumersi delle responsabilità, dei doveri anche morali nei confronti di un’altra persona e dei propri figli ma prima di tutto significa imparare ad amare un’altra persona che non sia la madre e molte persone non se lo permettono. Amare qualcuno che non faccia parte del nucleo in cui si è cresciuti, che ci ha nutrito, sostenuto, fatto vivere diventa una specie di tradimento che viene vissuto con forti sensi di colpa.
Imparare a donarsi completamente ad un’altra persona, anche attraverso il proprio corpo, è un atto che richiede la piena consapevolezza del se, del chi sono io, significa “possedersi” nel senso di capire bene dove finisco io e dove inizia l’altro. Chi ha vissuto in un ambiente familiare eccessivamente protettivo, con forme di amore simbiotico non si possiede completamente, non è padrone di se…. È come se non fosse nato del tutto. Quando metterà in piedi una relazione amorosa avrà sempre l’esigenza di chiedere in qualche modo “il permesso” alla propria figura materna (ed uso appositamente il termine figura materna perché non intendo solo la madre ma quella figura che si è interiorizzato come figura di riferimento univoca).
Questo discorso, che varca i limiti di una riflessione psicologica più che pedagogica, credo sia necessario per comprendere alcune dinamiche insite in alcune relazioni educative.
Educare all’autonomia è uno dei compiti più difficili e soprattutto più ingrati perché significa educare una persona a non avere più bisogno di noi. E questo in quanto persone va a scontrarsi spesso con la voglia o l’esigenza di sentirsi utili e importante per l’altro. Il genitore, ma anche l’educatore, prova una certa soddisfazione nel vedere i progressi e le conquiste dell’educando (figlio o utente che sia…) e a volte si fa l’errore di pensare che quei progressi siano esclusivamente il frutto del nostro operato. Riconoscere l’altro come persona (non mi stancherò mai di dirlo) quindi con una propria intenzionalità, come portatore di proprie risorse, come soggetto in grado di fare scelte ma soprattutto vedere nell’altro non un prolungamento di noi stessi ma “soggetto altro da se” ci permetterà di guardare alla sua autonomia con minori ansie da parte di tutti. E’ importante imparare ad osservare da lontano. Incentivare gli atteggiamenti positivi, correggere quelli sbagliati ma mai sostituirsi. A volte le famiglie diventano talmente chiuse al loro interno da diventare causa di profonde sofferenze psicologiche. Frasi come “niente supera l’amore di una madre”, “puoi contare solo sulla tua famiglia”, per quanto possano essere reali, se ripetute costantemente generano nel soggetto una sorta di sfiducia verso l’esterno e lo mettono in una continua “altalena” tra la voglia di uscire e aprirsi verso nuovi orizzonti e la paura di deludere che si è “sacrificato” per lui.
L’amore vero è credere nella felicità dell’altro anche se questa si trova a migliaia di km da noi.

Un rapporto educativo in fondo in fondo presuppone anche una base di amore ma che sia libero e che porti l’educando a scoprirsi come Persona e a vivere autonomamente come tale.


Precisazioni metodologiche gennaio 2010


Al fine di poter garantire un’informazione ed una riflessione sempre più corretta mi preme precisare alcune cose inerenti il mio modo di esporre le mie riflessioni:

  1. Proprio perché si tratta di riflessione quanto scritto è frutto di un mio personale pensiero, che può essere condiviso o meno ma che ritengo abbia comunque il valore di stimolare l’altrui riflessione e di conseguenza anche un ipotetico confronto e dibattito.

  2. Essendo internet un bellissimo strumento di comunicazione di massa, credo che debba avere, sempre a mio modesto parere, la funzione non di indottrinare ma di informare, di stimolare la voglia di conoscenza e di sollecitare e stimolare la riflessione. Per fare ciò credo che sia utile utilizzare un linguaggio semplice, forse banale, che pur rifacendosi a paradigmi scientifici sia accessibile a tutti. Forse nel rendere così espliciti certi eventi ho fatto riferimento ad esempi che riguardano la quotidianità, magari andando a perdere un po’ di quel rigore che dovrebbe connotare una riflessione sulla Pedagogia intesa come scienza e di questo chiedo scusa agli Esperti del settore, ma ritengo che una riflessione più aderente ai fatti reali possa essere più utile a chi non ha il tempo, la possibilità o le capacità (e non vuole essere un’offesa per nessuno) di addentrarsi in grandi trattati metodologici; anche perché se mi fermassi ad esporre teorie non farei una riflessione pedagogica.

Scrive Michele Corsi nel suo testo “Come pensare l’educazione” che la Pedagogia come teoria deve presentarsi come organizzazione rigorosa di eventi pertanto deve avere una connotazione descrittiva e prognostica. Dall’altro deve anche porsi come paradigma scientifico e quindi porsi come interpretazione, organizzazione dei fatti che analizza con un atteggiamento prognostico. Ma questo attitudine prognostica deve sempre rispettare la SINGOLARITA’ dei fatti a cui si applica essendo l’educazione un processo che scaturisca dall’interazione tra un Io ed un Tu all’interno di un contesto Ambientale. Se venisse meno uno di questi tre elementi non si tratterebbe più di un’analisi di un processo educativo.

Inoltre le scienze fanno riferimento a dei modelli interpretativi. Quando però si studiano i fatti della vita si fa riferimento non ad oggetti che possono essere smontati e ricomposti con un procedimento univoco, ma si fa riferimento a degli eventi pertanto a qualcosa di estremamente mutabile. Pertanto lo studio di un fenomeno sociale mediante modello non va tanto alla ricerca della struttura oggettuale attraverso l’isolamento delle sue componenti ma ricerca il rapporto tra due o più variabili cercando di comprendere se tale rapporto possa riscontrarsi anche in altri eventi, ciò che diventa oggetto di studio è la ripetibilità delle relazioni tra microeventi.

Nel mio precedente articolo sui percorsi di autonomia (Amore e distacchi: il percorso dell'autonomia), quello che ho cercato di mettere in luce attraverso esempi pratici è come spesso mettere in atto rapporti educativi che facciano dipendere l’educando dall’educatore possa creare una mancata crescita dell’educando stesso. Come a dire semplificando che se le variabili in gioco fossero la personalità dell’educatore troppo forte, la personalità dell’educando magari debole, un contesto ambientale molto chiuso, privo di stimoli e frustrante, potrebbe aversi una situazione in cui l’educando non sia in grado di esprimere se stesso. E le due e più storie che ho citato hanno evidenziato come ci sia stata una ripetibilità delle relazioni tra le variabili sopra citate.

Quello però che mi sta a cuore è evidenziare una cosa: la Pedagogia è una scienza pratica e umana allo stesso tempo. Io ritengo che il vero valore di queste riflessioni sia sempre ricercare ciò che più faccia emergere il concetto di PERSONA come fine ultimo di qualsiasi intervento. E se nel fare ciò magari ho in qualche modo trascurato o alterato il valore epistemologico della Pedagogia vi chiedo di non considerare le mie come riflessioni Pedagogiche ma come riflessioni sull’Educazione. 

Frustrazione? Si grazie... se è sana febbraio 2010


Frustrazione? Si grazie... se è sanaSono da poco passate le feste natalizie e come ogni Buon Natale che si rispetti i più piccoli sono stati al centro dell’attenzione di nonni, nonne, zii e parenti vari ma soprattutto sono stati al centro dell’attenzione dei produttori di giocattoli che in nome del magnanimo Babbo Natale si sono inventati di tutto per rendere “felici” i nostri bambini. E così dal sacco del simpatico vecchietto sono spuntati giochi elettronici, giochi educativi, macchinine…. (esistono ancora?) bambole e bambolotti che fanno di tutto… mangiano, bevono piangono, dormono e sorridono proprio come dei veri bambini. Poi c’è anche chi avrà ricevuto a sei anni la prima agenda elettronica o la play station e magari non sapendo ancora leggere non riuscirà nemmeno a giocarci e invidierà magari la lavagnetta con i gessetti del fratello o della cuginetta più piccola. Una cosa è certa anche i regali per i più piccoli dimostrano l’epoca difficile in cui viviamo e la difficoltà ad avere la giusta “misura” nell’essere genitori. E’ inutile negarlo ai bambini di oggi si da tanto, quasi a voler compensare con un giocattolo il tempo che non si riesce a trascorrere con loro. O forse è solo la voglia legittima di ogni genitore di vedere felici i propri figli. Ma un bambino è davvero felice se riceve tutto ciò che chiede? Magari potrebbe anche esserlo nell’immediato ma questo atteggiamento dei genitori porta il bambino a non saper affrontare le frustrazioni che inevitabilmente incontrerà nella vita. Si definisce frustrazione la condizione in cui viene a trovarsi l'organismo quando è ostacolato, in modo permanente o temporaneo, nella soddisfazione dei propri bisogni. Incontrare ostacoli nella soddisfazione dei propri bisogni è da considerarsi una condizione normale dell'esistenza dell'individuo. Pertanto compito dei genitori non è quello di evitare le frustrazioni ma di far in modo che possano viverle in ambienti protetti… Anche evitare per troppa ansia che un bambino faccia determinate esperienze può portare ad una frustrazione infatti ad essere frustrato in questo caso sarà proprio il suo senso di libertà. La frustrazione può derivare da condizioni fisiche, sociali, personali o familiari. Cause di frequenti frustrazioni nell'ambiente familiare possono essere: un clima rigido, severo, proibitivo, autoritario, così come un comportamento iperprotettivo ansioso; l'indifferenza, la trascuratezza; l'incoerenza educativa, ecc. Un clima eccessivamente proibitivo porta il bambino a sentirsi rifiutato e a sentire negati i suoi legittimi bisogni: evitare che il bambino possa fare determinate esperienze con i coetanei, negargli delle ricompense, non dimostrargli affetto potrebbe fare di lui una persona sfiduciata, insicuro incapace di relazionarsi. Ma essere troppo “buoni” può portare il bambino a permanere nel suo egocentrismo infantile.

il bambino deve imparare ad avere gradualmente a non avere una immediata gratificazione dei suoi desideri. Inoltre non bisogna sentirsi in colpa se a volte si deve far attendere il proprio bambino, magari perché si sta parlando al telefono o in presenza di altre persone: l'attesa aiuta a rafforzare la crescita psicologica del bambino.
Per aiutarlo a sopportare la frustrazione in alcune situazioni può essere utile abituarlo a variare l'oggetto desiderato o il momento in cui ottenerlo, per esempio non può mangiare la torta prima di pranzo ma dopo, non può mangiare la torta ma un frutto.”

Tratto da "La grande enciclopedia del bambino", Dott. Venturelli, Dott. Caso, Dott. Marengoni (a cura di), Sfera Editore.

Indipendentemente dal clima generale della famiglia, però, vi sono alcuni momenti o fasi obbligate dello sviluppo dell'individuo, in coincidenza con le quali la frustrazione è particolarmente frequente (nascita di un fratellino). Infatti il primogenito avverte un senso di privazione dovuto al fatto che le attenzioni dapprima concentrate solo su di lui ora vengono rivolte ad un altro “essere” ancor più bisognoso di cure. Il rapporto con i fratelli rappresenta pertanto, come dicono molti studiosi “una palestra di vita” in quanto il bambino impara a dividere l’amore dei genitori, impara a competere, a conquistarsi e a delimitare i suoi spazi. Sul piano educativo, l’arrivo di un fratellino o di una sorellina è preferibile alla condizione di figlio unico. C’è un libro molto illuminante rispetto a ciò: “FIGLI UNICI psicologia dei vantaggi e dei limiti”. La cosa più importante che emerge è che non c’è una sindrome del figlio unico ma che il rapporto genitori-figlio è fondamentale per una crescita sana di tutti i bambini ma lo è in modo particolare per il figlio unico. All’interno delle famiglie con un solo figlio si viene a creare spesso una situazione paragonabile al cosiddetto “triangolo perverso”: qualsiasi comunicazione che il bambino metterà in atto avrà sempre come interlocutore un adulto. Questo lo porterà sia ad assumere da piccolo ruoli da adulto ma anche a sentirsi solo: se un bambino subisce un'ingiustizia o uno sfogo nervoso da un genitore, può sempre trovare conforto da un fratello o distrarsi con lui, il figlio unico avendo solo i genitori quindi non avendo nessuno della sua età con cui confrontarsi e creare delle alleanze potrebbe avvertire appunto un senso di solitudine maggiore.


triangolo perverso

Ritengo che siano importanti tutti i luoghi di socializzazione del bambino con i suoi coetanei. Anche a scuola le insegnanti dovrebbero, a mio parere, avere dei piccoli accorgimenti nei confronti dell’alunno-figlio unico. Anche se dovesse essere “il primo della classe” secondo me bisognerebbe evitare di porlo come esempio assoluto da seguire “innalzandolo” al di sopra dei compagni, dovrebbero aiutarlo invece ad inserirsi ed integrarsi. Il figlio unico non deve sentirsi anche a scuola come un piccolo adulto e investirlo di responsabilità e aspettative maggiori. Il bambino deve potersi sentire uguale agli altri, disubbidire e ricevere “rimproveri” come tutti gli altri ma senza frasi colpevolizzanti “da te non me l’aspettavo…”. Probabilmente di sensi di colpa il figlio unico ne vive già in casa soprattutto se i genitori gli fanno pesare che lui è la loro unica fonte di gioia e realizzazione. I genitori dovrebbero essere realizzati loro come PERSONE e riconoscere il figlio come PERSONA e non come prolungamento di se stessi…. non come l’unica e ulteriore via per realizzare i loro progetti. Credo che i soggiorni estivi con associazioni, gruppi scout possano essere molto stimolanti per un figlio unico in quanto lo allontanano momentaneamente da casa favorendo la sua autonomia e possano essere utili anche ai genitori per abituarli all’idea che prima o poi il figlio uscirà di casa e sarà in grado di badare a se stesso da solo. D’altro canto il bambino capirà che pur allontanandosi da casa e lasciando i genitori soli non perderà il loro amore ma soprattutto a loro non succederà niente di brutto o di triste e quindi riuscirà a vivere in maniera meno colpevolizzante e con meno ansia la separazione dai genitori. Spesso il figlio unico si sente lui responsabile dei propri genitore, a volte è come se si capovolgessero i ruoli, è un po’ il modo del bambino (e in seguito dell’adulto /figlio-unico) di ripagare i genitori di dedicare o di aver dedicato a lui tutta la loro vita. Tornando al concetto di frustrazione il figlio unico non attraverserà quelle fasi naturali che pian piano lo porteranno al distacco e ad una maggiore autonomia, così come pure non avrà affrontato competizioni che possano in qualche modo averlo preparato alla vita sociale, pertanto per lui è doppiamente importante non assecondarlo sempre, dargli delle regole da rispettare. Regole però non imposte ma concordate ricordando sempre che il figlio unico non ha “un complice” con cui coalizzarsi. Quindi è importante uno stile democratico pur mantenendo fermo il ruolo di genitori. Abituarlo alla frustrazione ma che sia una frustrazione sana. Non ritengo personalmente adatta una frustrazione del tipo “non ti mandiamo in gita perché mamma e papà poi restano soli e sono tristi”, sarebbe più opportuno che in questo caso ad essere frustato sia l’eccessivo attaccamento dei genitori al figlio.

Pertanto da un punto di vista educativo, il bambino che vive la condizione di figlio unico dovrebbe poter essere preparato alla vita attraverso un costante rapporto con i suoi coetanei. Mi preme sottolineare ciò che viene ribadito nel libro sopra citato, cioè che non esiste una Sindrome del figlio unico ma al limite una condizione di figlio unico e che le caratteristiche che in genere gli vengono attribuite non devono etichettarlo. Il rapporto del figlio unico con la madre, il modo di rapportarsi dello stesso con i coetanei, l'egocentrismo a cui spesso si fa riferimento parlando di figli unici possono essere considerate delle variabili prese in esame durante l'analisi di famiglie con un solo figlio.

Ovviamente tutte queste considerazioni non annullano il concetto di individualità della Persona e pertanto nessun figlio unico è uguale ad un altro. Inoltre queste considerazione sottolineano ancora una volta la stretta connessione tra le discipline che hanno come oggetto di studio l’uomo. In questo caso abbiamo riflettuto sull’importanza delle frustrazione nell’educazione del bambino (quindi sull’interpretazione e organizzazione di alcuni fatti) partendo da basi psicologiche dando delle piccole “prescrizioni” (quindi con atteggiamento prognostico) senza nessuna pretesa di fornire ricette magiche.

Descolarizzare o educare a scolarizzare? aprile 2010


educare a scolarizzareIl mero possesso di titoli di studio per accedere a qualcosa è una discriminazione e va abolita, la discriminazione dovrebbe avvenire soltanto in base alle capacità e non al pedigree scolastico“

Questa forse è una delle frasi più emblematiche del pensiero di Ivan Illich quando nel 1970 pubblica “Descolarizzare la società. Per una alternativa alla istituzione scolastica” (tradotto in Italiano nel 1972). Lo studioso dalmata sosteneva che la scuola fosse diventata una sorta di istituzione inattaccabile e universalizzata, una nuova religione che crea negli allievi una serie di miti che ne limitano la crescita personale:

La scuola indottrina i suoi allievi creando nelle loro coscienze i seguenti miti:

1) Il mito dei valori istituzionalizzati viene inculcato insegnando che un'istruzione valida è il risultato della frequenza; che il valore dell'apprendimento aumenta proporzionalmente all'input, alla quantità di nozioni immesse e, infine, che questo valore può essere misurato e documentato da voti e diplomi.

2) Il mito della misurazione dei valori emerge dai valori istituzionalizzati che la scuola inculca sono valori quantificati. La scuola inizia gli studenti a un mondo dove tutto è misurabile, compresa la loro immaginazione e anzi l'uomo stesso.

3) Il mito dei valori confezionati si riscontra nel fatto che il sistema scolastico vende un corso di studi preconfezionato e indiscutibile.

4) Il mito del progresso autoperpetuantesi rivela che le spese per indurre lo studente a rimanere nella scuola aumentano vertiginosamente man mano che egli avanza nel suo percorso di studi e gli insegna il valore dell'escalation, del modo americano di fare le cose.

Quello che Illich propone è di liberare l’allievo dall’obbligo della frequenza e di restituirgli l’iniziativa dell’apprendimento, in questo modo viene liberalizzato l’acceso agli oggetti didattici ed evitate le restrizioni dell’insegnamento. Attraverso i “liberi centri di preparazione tecnica aperti a tutti”, secondo Illich, la società evita quelle forme di assistenzialismo nei confronti dei cittadini e li libera dalla necessità di adattarsi ai servizi offerti dai professionisti, che secondo il mio parere si concretizzano in servizi preconfezionati non in grado di rispondere alle vere esigenze del soggetto in crescita. Secondo alcuni autori le idee descolarizzatrici ed in particolare il pensiero di Illich vanno fatte rientrare nelle correnti personaliste anzi vengono viste come una difesa radicalizzata della Persona. Si legge nel libro di Giorgio Chiosso “Novecento Padagogico” nel capitolo dedicato alla Pedagogia e alle Scienze dell’educazione nella cultura contemporanea “la scuola, in altre parole, tenderebbe a spogliare l’individuo della sua personalità e delle sue capacità e a trasformarlo in un assistito preso in carico per i suoi bisogni da servizi sociali che, mentre pretendono e credono di soddisfare una richiesta, creano in realtà una domanda sempre maggiore ed accentuano lo stato di dipendenza dell’individuo”.
Un po’ come una mamma che sostituendosi costantemente al figlio e prevenendo le sue richieste lo rende dipendente da se e incapace di provvedere da solo a soddisfare i suoi bisogni. Letta in questo modo la teoria di Illich in effetti esalta pienamente la libertà della persona in merito alla sua istruzione. A distanza di quarant’anni dalla diffusione di questo pensiero io personalmente ritengo che la scuola continua ad avere la sua ragion d’essere e non debba essere demolita. Sarebbe come dire che per evitare di dare un’educazione troppo rigida ai figli non li si educa affatto e li si lascia liberi di auto-educarsi scegliendo da soli quali modelli seguire. Di Illich però faccio mio il pensiero secondo cui un individuo non può essere valutato o giudicato sulla base del numero di corsi seguiti. Ogni persona nel suo percorso di crescita fa una serie di esperienze che affiancandosi alle nozioni apprese a scuola ne fanno un individuo completo in grado di pensare ed agire. Pertanto reputo tutt’oggi importante ciò che llich proponeva già all’epoca ovvero di rilasciare ad ogni cittadino, fin dalla nascita, una carta di credito educativo. La scuola a mio parere dovrebbe avere un ruolo di base e di orientamento, andando a lavorare non tanto su competenze specifiche ma su quelle appunto definite competenze di base e competenze trasversali ovvero su quelle competenze che il soggetto una volta uscito dalla scuola può spendersi per entrare efficacemente nel mondo del lavoro. Pertanto non una scuola che indottrina ma una scuola che forma. Ma come si realizza tutto ciò? E soprattutto noi educatori siamo pronti ad accogliere questa sfida? Io ritengo di no. Seguire un programma ministeriale e fare in modo che esso venga portato a termine è molto più semplice che lavorare con gli studenti…Io mi chiedo da un bel po’ di tempo se non sarebbe meglio ridurre le ore di storia ad esempio e dare più spazio all’educazione civica…. Se si immagina una scuola che dà solo degli input e chiede ai suoi allievi di approfondire ciò che a loro interessa di più si potrebbe immaginare anche una scuola nella quale ci sia più tempo per riflettere e ragionare. Anziché limitarsi a trasmettere nozioni che poi passano nell’oblio si potrebbe fare una riflessione più attenta sulla cultura contemporanea partendo dai fatti di cronaca e dalla politica. Certo non sto dicendo che gli insegnanti debbano fare campagna elettorale per uno schieramento politico o un altro ma almeno inculcare nei giovani la voglia di conoscere le idee politiche, i valori che sono alla base di un movimento anziché dell’altro. Non perché tutti debbano diventare dei politici ma solo perché tutti sono chiamati attraverso il voto a decidere delle sorti del proprio paese ed è giusto farlo con coerenza ma soprattutto con consapevolezza. Se si vuole restituire libertà alla Persona occorre a mio parere fare una cosa sola: insegnarle a pensare. Ma per fare ciò bisogna imparare a mettersi in gioco. Formare delle persone in grado di ragionare in modo autonomo e libero significa sapersi confrontare anche con allievi preparati che magari la pensano in modo completamente diverso da noi e confrontarsi senza nascondersi dietro l’autorità del proprio ruolo. Forse in questo il mio pensiero si avvicina anche se in maniera molto sottile ad Illich quando dice che dovrebbero continuare ad esistere figure educative di riferimento ma che non siano insegnanti, io ritengo che queste figure debbano essere “non solo insegnanti intesi come coloro che trasmettono un sapere ma che siano educatori ovvero coloro che oltre ad indottrinare possano tirar fuori da ognuno il proprio essere”. Quindi la scolarizzazione intesa come l’insegnare a scrivere, leggere e far di conti va bene a mio parere se è finalizzato non a creare dei contenitori in cui immettere un numero ben preciso di nozioni a seconda di quanto previsto dai programmi ministeriali ma una scolarizzazione che diventi anche educazione. Per fare ciò occorre partire dalla formazione in primis di chi insegna. Educare ad educare. Formare i formatori. È questa la vera sfida.


Dimensione antropologica della formazione nei contesti lavorativi: realtà o utopia? giugno 2010


Uno degli ultimi corsi di formazione organizzati per i propri dipendenti dalla Coop.Soc. “Il Filo di Arianna” di Venosa verteva sulla Sindrome del burn-out e sulle possibilità di attuare metodi di prevenzione che aiutino l’operatore sociale a “non bruciarsi” all’interno della relazione d’aiuto. Senza entrare nel merito di quest’argomento di natura forse più psicologica, quello che mi preme sottolineare è la scelta consapevole e mirata che fanno alcune aziende nel progettare corsi di formazione centrati della Persona.

L’importanza di avere educatori ben formati e continuamente aggiornati è stato oggetto di riflessione anche del mio ultimo articolo il quale si concludeva sulla necessità a mio avviso di avere docenti ed educatori sempre più aggiornati in grado di rispondere alle nuove sfide dell’educazione per evitare che torni a farsi strada il pensiero descolarizzante come alternativa ad una scuola che ingabbia e che premia solo i titoli [N.d.r. Descolarizzare o educare a scolarizzare?]. La formazione dei docenti e del personale educativo in genere è l’estremo bisogno di attuare forme di educazione permanente in grado di far si che la conoscenza venga a considerarsi qual valore aggiunto immateriale a cui qualsiasi tipo di agenzia educativa deve poter attingere. Quello che mi chiedo è questo? Cosa si intende per formazione e soprattutto in che modo le aziende (private e non) mettono in atto i loro percorsi formativi? E soprattutto si può fare una trattazione pedagogica inerente la formazione ed il lavoro?

Il testo dell’Alessandrini “Manuale per l’esperto dei processi formativi” fa emergere la Formazione nelle aziende come un processo di formazione continua ovvero un processo di crescita della persona anche attraverso l’interazione con l’altro ed il confronto con l’attività professionale. Essa ultimamente viene sempre più studiata da diverse discipline anche dalla psicologia negli studi sull’apprendimento organizzativo. La formazione non va più ad identificarsi con il mero addestramento in quanto non si ferma più a considerare l’uomo come semplice forza lavoro da addestrare ad un singolo compito. Le continue sfide del mercato ed i continui mutamenti richiedono flessibilità e cambiamento. Le aziende per essere competitive non possono cristallizzarsi solo su un unico servizio ma devono essere in grado di rispondere alle esigenze dei clienti/committenti che sono sempre più varie ma allo stesso tempo sempre più specifiche. Per fare ciò qualsiasi impresa deve poter contare su personale in grado di espletare la propria professionalità su campi differenti e questo lo si può solo avere se la formazione mira alla trasmissione di competenze trasversali (ovvero quel tipo di competenze che possono essere spendibili).

La formazione nelle aziende non può fermarsi alla mera trasmissione di informazioni, ma partendo da essa deve auspicare un cambiamento nel comportamento dei singoli che deve tradursi in un vantaggio per tutta l’organizzazione.

Dimensione antropologica della formazione nei contesti lavorativi

Questo valore aggiunto può essere di tipo

Economico: se incide sulla qualità dei servizi offerti e sulle richieste
Organizzativo: se incide sulle dinamiche interne
Sociale: se incide sulle prospettive di sviluppo del lavoro

Però in tutto ciò si avverte ancora una matrice di stampo materialistico ed economicistico volta a considerare l’uomo come risorsa in grado di apportare miglioramenti che si trasformeranno in guadagni spesso economici. Ciò che c’è da ricercare è la matrice antropologica del contesto lavorativo. Il testo di Giorgio Bocca “Pedagogia della formazione” si pone proprio di definire all’interno della pedagogia la “pedagogia del lavoro”.

Scrive Bocca “la dimensione scientifica dell’istruzione e della formazione dunque deve necessariamente cogliersi in relazione a quella delle precomprensioni culturali di cui ogni persona è portatrice e alla sua dinamica di ricerca del senso del proprio esserci. E’ in questi termini che assume progressivamente rilievo la singola persona in quanto portatrice di una propria progettualità, oltre che di risorse utilmente spendibili all’interno di processi di apprendimento organizzativo; poiché è su di lei e sul suo diretto coinvolgimento che puntano le procedure di definizione della qualità dei prodotti e dei processi [….]”. Pertanto deve impostarsi una differente antropologia dell’uomo Lavoratore (come definisce Bocca) che lo veda come protagonista delle dinamiche e dei cambiamenti.

La parola chiave a mio avviso diventa partecipazione (e coinvolgimento da parte delle imprese).

A mio parere, però tutto ciò può risultare un po’ utopico per le grandi realtà ma di più facile realizzazione per le realtà piccole ed emergenti. Ritengo che i nuovi sistemi cooperativi con una base sociale anche molto ampia sono quelli in cui la realizzazione del lavoratore ed il suo diretto coinvolgimento possono risultare agevolati. Tornando all’esempio sopra citato, un’azienda che si faccia carico di prevenire le fonti di stress dei propri lavoratori è sicuramente un’impresa che ha fatto della pedagogia del lavoro un cardine base. Mettere il lavoratore in grado di poter attuare una relazione d’aiuto senza rimanerne coinvolto al punto tale da “perdersi” significa innanzitutto riconoscere i limiti insiti nell’essere umano, accettarlo per il suo essere persona e metterlo nelle condizioni di realizzare se stesso anche attraverso il lavoro.

L’importanza di tali esempi sono validi in quanto spesso questi discorsi restano a livello teorico o considerati pura utopia. Se dalle piccole realtà il tutto si spostasse in contesti più ampi e se ci fosse più spazio per la realizzazione del proprio sé, senza rimanere ingabbiati in strutture predefinite e preconfezionate ogni lavoratore potrebbe dare il meglio di se; soprattutto chi svolge lavori con valenza educativa potrebbe mettere davvero se stesso rendendo unico ogni relazione educativa così come unica è la PERSONA UMANA.


Un poco vero e un poco finto: l'importanza della creatività. agosto 2010


Estate: tempo di divertimento ma anche occasione per ritornare un po’ al passato, riscoprire i luoghi della propria infanzia e ripercorrere anche i sapori antichi specie dei borghi e dei piccoli paesi. E in questi luoghi si può ancora incorrere in serata dall’atmosfera magica delle feste di paese nei quali basta un teatro di legno e quattro burattini per lasciare adulti e bambini a bocca aperta.
teatro dei BurattiniIl teatro dei Burattini ha origini molto antiche un po’ come quello delle maschere e delle marionette. Entrambe queste forme di teatro avevano lo scopo di far dire ciò che non si voleva o poteva dire in prima persona anche se erano destinate ad un pubblico diverso: più colto e nobile per le marionette, più rozzo e incolto per i burattini. Forse proprio per questo i Burattini hanno sempre incontrato il favore della gente e sono stati espressione della voce del popolo che attraverso essi riusciva anche ad ironizzare sul potere. Il lavoro di burattinaio si tramanda in genere di padre in figlio.
Proprio per la loro capacità di dare voce a chi non ne ha, il burattino viene utilizzato anche come mediatore in quei contesti in cui la comunicazione può risultare difficile assumendo sempre più una valenza educativa. A differenza della maschera che porta l’attore quasi ad identificarsi con essa, burattini e marionette permettono invece il giusto distacco dal pubblico ponendosi appunto come mezzo per arrivare al pubblico pur non confrontandosi direttamente con esso.
Il burattino come dice Mariano Dolci è “un poco vero e un poco finto” nel senso che il bambino crede al burattino ma allo stesso tempo sa che è finto. Io personalmente credo che ci voglia una certa intelligenza anche emotiva che ci permetta di abbandonare per un attimo la razionalità e lasciarsi trasportare in mondi altri. Nella pratica educativa il burattino ha fatto la sua comparsa non solo nelle scuole dell’infanzia ed elementari ma anche nella riabilitazione psichiatrica. Il teatro dei burattini non si esaurisce solo nel momento della messa in scena degli spettacoli ma parte dalla creazione del burattino stesso. Nel costruire il burattino il soggetto (anche chi vive una situazione di disagio mentale) gli imprime delle sembianze, modella il suo volto, lo personalizza e tramite il volto riesce a fargli esprimere delle emozioni. Il disabile, così come anche il bambino, presta la voce al burattino e gli conferisce il movimento, lo mette in vita pur rimanendo altro da se. Inoltre durante gli spettacoli si sente protagonista pur non subendo l’impatto emotivo del doversi confrontare con il pubblico. Concordo pienamente con quello che afferma Mariano Dolci:

“Secondo me, e parlo veramente a livello personale perché penso che alcuni possono non essere d’accordo, quello che è il pregio dei burattini e delle marionette è che chi li manovra ha la tendenza a dire cose in più rispetto a quelle che direbbe a tu per tu. Questa è una cosa straordinaria se pensate alla diagnosi che hanno i bambini, ma anche con i bambini normali; con i burattini sono molto vivaci e dicono una quantità di cose che sarebbero incapaci di dire a parole. Non perché i burattini inventino chissà che, ma perché sono un altro linguaggio.”

In molti centri educativi al laboratorio dei Burattini viene riservato molto spazio in quanto esso riesce a coinvolgere tutta la Persona andando a lavorare su:

  • Dimensione cognitiva: attraverso la sceneggiatura delle storie

  • Dimensione corporea: si lavora molto sia sulla manualità nelle costruzione delle teste dei burattini in cartapesta, sia proprio a livello di coordinazione degli arti quando si muove il burattino. Il disabile impara a muovere il pupazzo con più o meno impeto a seconda di ciò che sta esprimendo e a seconda delle emozioni che deve far passare

  • Dimensione della comunicazione: il soggetto presta la propria voce al burattino e impara a dare le giuste inflessioni vocali a seconda degli stati d’animo che deve far esprimere dal burattino.

  • Dimensione della creatività: nella scelta degli abiti, nella costruzione delle scenografie etc.

Attraverso il teatro dei burattini il disabile psichiatrico riesce ad esprimere parte di se e soprattutto si sente protagonista, smette di essere il soggetto debole da proteggere o il soggetto pericoloso da rinchiudere ma diventa risorsa per la Società. Attraverso il suo lavoro, il suo impegno, la sua voce, il suo corpo ha reso possibile lo spettacolo. Ha creato un’atmosfera magica, ha riempito una serata, ha dato ai bambini la possibilità di rivivere la favola.

Nel nostro Centro lavoriamo molto anche su storie in vernacolo, secondo noi sono un bel modo di riavvicinare i bambini alle loro culture di origine, sentir pronunciare al burattino le stesse storie che magari hanno sentito raccontare dai loro nonni in dialetto permetto loro di formare anche una corretta coscienza storica.

Il bambino quando nasce non ha un’identità ma se la fa poco a poco e per conoscere la sua identitàfa quello che farebbe con tutte le cose: le prende e ci gioca. Prendere e apprendere hanno la stessa etimologia ed è abbastanza indicativo. Il bambino gioca con la sua identità. I bambini di tutto il mondo sono sempre disposti a mascherarsi, a travestirsi, a far finta di, a dire “io rimango me stesso ma facciamo finta che questa è la foresta”, e tutto questo poco a poco forma la loro identità.

(Teatro di animazione come strumento di integrazione Mariano Dolci)

Dalle mie riflessioni credo che emerga sempre l’importanza che personalmente attribuisco a tutti i giochi che stimolino la fantasia ed la creatività e la mia contrarietà ad un uso eccessivo di giochi tecnologici soprattutto in bambini troppo piccoli. Viviamo nell’epoca in cui bambini di tre o quattro anni sanno già usare il PC o il cellulare, ma siamo anche nell’epoca in cui ad una festa bambini che non si conoscono non sono in grado di socializzare tra loro perché ognuno è troppo occupato a giocare col proprio Nintendo. Ed è per questo che non smetto di sognare una Scuola che dia più spazio a laboratori creativi e se proprio devo esprimere un sogno che so che per ora resterà pura utopia, sogno che un giorno si dia spazio ai portatori di handicap fisici o mentali nelle scuole come maestri d’arte dei vari laboratori per riconoscere a loro la giusta dignità ed evitare le ingiuste discriminazioni di cui spesso sono vittime.
Creare all’interno di un ambiente protetto come può essere la scuola, un primo momento di incontro tra gli alunni e “il disabile” può rappresentare un ottimo strumento per evitare l’etichettamento e riscoprire nella persona disabile delle potenzialità e della abilità nascoste da cui poter anche imparare tecniche o procedimenti.

In questo contesto i pregiudizi o le idee stereotipate perdono di senso e vengono messe da parte per dare parola alla Persona.

 

 

Giovanna Simonetti

<///> LUCE INFINITA DELL'AMORE, DELLA COMPASSIONE, DELLA VERITA' <///>

venerdì 27 luglio 2012

FABIO GUIDI - EROS, Archetipo Unitivo - IL DIAVOLO, Archetipo Separativo.

\\\*°* E R O S  Archetipo Unitivo *°*///





Fabio Guidi

Eros, o l'archetipo unitivo - 1 Marzo 2012

Iniziamo il nostro viaggio nel mondo degli archetipi, di cui la coppia Eros-Thanatos costituisce, a mio parere, il bipolarismo archetipico fondamentale, il conflitto psicosintetico per eccellenza. In questo e nei prossimi contributi cercherò di rendere ragione di questa mia affermazione. Iniziamo con Eros.
Nella mitologia greca, Eros, il più giovane degli dei, era rappresentato come un fanciullo, spesso alato e armato di arco e frecce, con le quali accendeva negli dei e negli umani la passione amorosa, senza risparmiare alcuno. Era figlio di Ares e Afrodite - entrambi legati all’aspetto passionale, l’una riguardo all’amore e l’altro alla guerra - e fin da piccolo rivelò la sua natura capricciosa e crudele, al punto che Zeus consigliò ad Afrodite di sopprimerlo (la dea, però, lo salvò nascondendolo in un fitto bosco).

La più antica teogonìa lo vede generato da Caos, che, nel senso etimologico, indica l’abisso tenebroso che sta all’inizio di tutte le cose e contiene in sé gli elementi in una confusa miscela. Eros, in questo caso, appare come un dio cosmogonico, ben anteriore agli dei uranici, come la forza primordiale che unisce, il principio della forza attrattiva che spinge gli elementi a combinarsi. In altre parole, assume un significato ben più ampio del precedente e non a caso, nei misteri eleusini, viene adorato come «il Primogenito».

Platone, nel Convito, ci offre la sua visione di Eros, attraverso i racconti di alcuni ospiti di un banchetto. Aristofane, per esporre la sua posizione, narra il gustosissimo mythos degli esseri androgini:

«Inizialmente l'umanità comprendeva […] l'androgino, un sesso a sé, la cui forma e nome partecipavano del maschio e della femmina: ora non è rimasto che il nome che suona vergogna. La forma degli umani era un tutto pieno: la schiena e i fianchi a cerchio, quattro bracci e quattro gambe, due volti del tutto uguali sul collo cilindrico, e una sola testa sui due volti, rivolti in senso opposto; e così quattro orecchie, due sessi, e tutto il resto analogamente, come è facile immaginare da quanto s'è detto. Camminavano anche ritti come ora, nell'una e nell'altra direzione; ma quando si mettevano a correre rapidamente, come i saltimbanchi fanno capriole levando in alto le gambe, così quelli veloci ruzzolavano poggiando su quei loro otto arti. […] Possedevano forza e vigore terribili, e straordinaria superbia; e osavano sfidare gli dèi.

Pertanto Giove e gli altri dèi andavano arrovellandosi che dovessero fare ed erano in grave dubbio perché non se la sentivano di ucciderli e farli sparire fulminandoli, né potevano lasciarli insolentire. Ma finalmente Giove, pensa e ripensa: “Se non erro, dice, ce l'ho l'espediente perché gli uomini, pur continuando a esistere ma divenuti più deboli, smettano questa arroganza. Ora li taglierò in due e così saranno più deboli e cammineranno ritti su due gambe”. Ciò detto prese a spaccare gli uomini in due, come quelli che tagliano le sorbe per conservarle. Quando dunque la natura umana fu tagliata in due, ogni parte, vogliosa della propria metà le si attaccava e, gettandosi le braccia attorno, si avviticchiava con l'altra, nella brama di fondersi insieme. […] Ecco dunque da quanto tempo l'amore reciproco è connaturato negli uomini: esso ci restaura l'antico nostro essere perché tenta di fare di due una creatura sola e di risanare così la natura umana.

Ognuno di noi è dunque la metà [symbolon] di un umano resecato a metà com'è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà, […] di congiungersi cioè e di fondersi con l'amato per formare, di due, un essere solo. E la spiegazione di questo sta qui, che tale era l'antica nostra natura, e noi eravamo tutti interi: a questa brama di interezza, al proseguirla, diamo il nome di Amore [Eros]. Prima di allora, lo ripeto, eravamo uno; ma ora per la nostra arroganza il dio ci ha divisi e dispersi. Ecco perché bisogna esortare ogni uomo ad essere rispettoso deglidèi, per evitare questa rappresaglia e per raggiungere quel bene di cui ci è guida e maestro Eros. […] Ecco, noi potremmo essere felici solo se conducessimo a perfezione il nostro Eros e se ciascuno di noi si imbattesse con l'essere gemello, restaurando così l'antica natura. […] Ed allora se volessimo celebrare le lodi di un dio autore di questa felicità, ad Amore [Eros] giustamente le canteremmo, perché egli ci guida verso la nostra antica natura, il nostro vero essere.»

Il messaggio contenuto in questo passo del dialogo platonico, anche se espresso simbolicamente, è sufficientemente chiaro. L’uomo non è intero: è “il synbolon di un umano resecato a metà”. Il termine greco ‘synbolon’ deriva dal verbo ‘synballo’, che vuol dire «mettere insieme». Può essere utile ricordare che il synbolon, nell’antica Grecia, corrispondeva ad un’attuale tessera di riconoscimento. Si spezzava un oggetto in due parti (poteva essere un anello, una moneta, un sigillo…) e ciascuna metà costituiva un synbolon, che, unito all’altro, diventava un segno di riconoscimento tra due contraenti di un patto, un accordo, un matrimonio... Quindi, ogni synbolon anela alla totalità, alla completezza, e ha bisogno dell’altra parte, deve essere “messo insieme” all’altra metà per ricreare l’unità originaria.

Anche in psicosintesi il simbolo è un ‘segno di riconoscimento’: attraverso il simbolo l’individuo si riconosce, si ‘mette insieme’, si integra, ricucendo i pezzi disuniti della propria personalità. Nel lavoro psicosintetico bisogna prestare particolare attenzione a quelle rappresentazioni psichiche archetipiche che emergono dall’inconscio e mostrano di possedere una funzione sintetica o anagogica, ‘simbolica’ appunto. Tali archetipi hanno la funzione di ricomporre l’unità dell’individuo, restituendogli l’identità smarrita.

Ecco, in tale prospettiva Eros rappresenta l’archetipo unitivo, questo impulso potente verso la completezza, l’integrazione, l’unità interiore e, insieme, la felicità perduta. Dice Rollo May, uno dei massimi esponenti della psicologia esistenziale:

“L’eros è quella potenza in noi che fa desiderare la totalità, quell’impulso… a integrare ciò che altrimenti tenderebbe a disintegrarsi. […] L’eros è la forza unificante per eccellenza.”.

L’espressione più comune dell’archetipo unitivo resta la tensione di due amanti che desiderano superare la separazione e l’isolamento in cui tutti noi versiamo in quanto individui. Tuttavia, tale archetipo è presente in ogni tendenza ad uscire da sé, ad espandersi, come eterna spinta all’accrescimento, anche all’interno della ricerca interiore, in quanto desiderio verso l’unità della psiche e la pienezza esistenziale. Eros è dunque quella nostalgia dolorosa per la pienezza del nostro essere e quel desiderio struggente di ricreare tale pienezza.

Approfondiremo nel prossimo contributo.

\\\*°* EROS - http://libera45.wordpress.com/author/libera45/page/2/ *°*///

Fabio Guidi

Eros, o l'archetipo unitivo - 2 Maggio 2012

Nel precedente contributo [Eros, o l’archetipo unitivo, 1] facevo riferimento al mito degli androgini, narrato nel Convito platonico. Tra gli ospiti del banchetto di cui si parla nel dialogo, troviamo, naturalmente, anche Socrate, il quale presenta la sua visione riguardo a Eros.


Nel suo intervento, il maestro ateniese racconta di quando aveva interrogato la profetessa Diòtima sulla natura del dio. Dalla risposta di Diòtima emerge l’idea che Eros è quella spinta interiore che ispira i processi creativi nella psiche dell’uomo, rappresenta quell’impulso a generare in direzione dell’immortalità. Seguiamo alcuni passi del mythos di Socrate.


«Ed io ripresi: «Va bene, o straniera, hai ragione; ma se Amore [Eros] è così che utilità reca agli uomini ?».


«Ecco il punto, o Socrate, che proverò ora ad insegnarti. Tutti gli uomini, o Socrate, sono pregni nel corpo e nell'anima, e quando giungono ad una certa età, la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare. L'unione dell'uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino, e nel vivente destinato a morire questo è immortale: la gravidanza e la riproduzione. […]


Perché la riproduzione è il qualcosa di sempre nascente e immortale per quanto è possibile a un essere mortale. Da ciò consegue come necessario che l'amore sia anche amore dell'immortalità. Ché in questo modo si salva ogni esistenza mortale, pur non rimanendo come quella divina, sempre assolutamente uguale a se stessa, ma in quanto ciò che invecchia e se ne va, lascia al suo posto un'altra esistenza giovane, identica a quella di prima. Con questo espediente, o Socrate, il mortale partecipa dell'immortalità sia per il corpo sia quanto al resto. L'immortale tiene altra via. Non ti meravigliare dunque, se ogni essere tiene caro per natura il proprio germoglio: perché è in vista dell'immortalità che in ognuno procede cotanto zelo e amore.


Coloro però che sono fecondi nel corpo si volgono per lo più alle donne, e per questa via perseguono l’amore [Eros], perché pensano di procurarsi per tutto il tempo futuro l'immortalità, il ri­cordo e la felicità mediante la procreazione dei figli. Ma quelli che sono fecondi nell'anima... - giacché vi sono naturalmente quelli che sono gravidi nello spirito ancor più che nel corpo, di quelle cose che è proprio dell'anima di concepire e partorire. Quali cose ? Il pensiero e ogni altra virtù. Delle quali sono generatori tutti i poeti [poìetes: creatori] e quanti degli artisti sono detti inventori, ma la forma più alta e più bella del pensiero concerne la costituzione dei governi e delle istituzioni, che si chiama appunto saggezza e giustizia. Quando qualcuno, fin dalla gioventù, sia gravido di queste cose nell'anima per ispirazione divina e divenuto maturo già brami di dar loro vita e di creare, ecco che allora si dà attorno e cerca anche lui il Bello, nel quale poter procreare, poiché nel Brutto non vi riuscirà mai. E così venendo a contatto della bella persona ed accompagnandosi a lei dà alla luce e procrea le cose da tempo concepite; e sempre la tiene nella memoria, vicino o lontano che sia, ed insieme a lei coltiva ciò che ha creato. Onde essi hanno fra loro molta più intima comunione e più salda amicizia di quella che viene dai figli, perché sono accomunati dall'avere dei figli più belli e immortali. Chiunque preferirebbe tali figli a quelli umani, se solo guardi Omero e Esiodo e tutti gli altri grandi poeti, ed invidi le progeniture che hanno lasciato di sé, e che garantiscono loro fama e memoria immortale essendo tali esse stesse. Onorato è da voi anche Solone per le leggi che dette alla luce; e così altri uomini, altrove e dappertutto, fra i greci e fra i barbari, che hanno prodotto alla luce molte opere stupende, fecondi in ogni genere di virtù. Molti altari sono stati loro dedicati per tali figli, ma non ancora per i figli umani di alcuno.»


Eros è quell’anelito a rendere immortale ciò che di più prezioso possediamo e, in definitiva, la nostra esistenza. È proprio per soddisfare tale anelito che l’essere umano sente questo irrefrenabile impulso a procreare, generare, creare. In questo senso, dice Rollo May


«L’Eros è il fulcro della vitalità di una cultura, il suo cuore, la sua anima. Quando l’Eros creativo scompare e la tensione vitale viene meno, la civiltà è avviata al declino.»


Attraverso Eros, lo spirito unitivo, noi tendiamo a creare, formare il mondo. Per riassumere, Eros nasce dal sentimento dell’assenza, dalla ricerca di qualcosa che integri, completi, realizzi la nostra esistenza. A questo qualcosa attribuiamo la qualità del Bello, l’inseguimento del quale ci arricchisce interiormente, ci rende “gravidi”, secondo la metafora socratica, e in grado di “partorire”, esprimere creativamente la nostra presenza nel mondo. È questo a farci partecipare del divino, a renderci immortali: fornire il nostro apporto personale all’evoluzione dell’uomo.


Come emerge dai passi successivi del discorso di Socrate, la ricerca della nostra compiutezza, guidata da Eros, l’archetipo Unitivo, si snoda a partire dagli aspetti più materiali dell’esistenza, dagl’impulsi legati al corpo, fino a condurci alle vette rarefatte della Verità. Anche nella ricerca più astratta – dell’arte, della scienza, della giustizia, della filosofia, dell’etica, della spiritualità – è presente una dimensione erotica, un gusto, una tensione ardente. Alla fine della sua ricerca – se mai è possibile -, l’uomo raggiunge la Verità, vale a dire la realizzazione totale di sé, la perfetta guarigione, il risveglio definitivo.


Ma non possiamo esaurire una seppur breve presentazione dell’archetipo Unitivo, senza accennare all’aspetto sessuale dell’Eros. Una volta identificato Eros con l’archetipo unitivo, la grande potenza che tende a connetterci con ogni altra cosa, dobbiamo distinguere chiaramente Eros dal desiderio sessuale. Per i greci il sesso nudo e crudo, in quanto impulso biologico, era detto “epithymìa”, la quale era incorporata e trascesa da Eros, anche se non negata. L’impulso biologico è una spinta organica, un «istinto», mentre Eros è un impulso psichico, un «desiderio», e quindi una realtà specificamente umana. La differenza non è da poco.


Soprattutto perché attraverso l’appagamento sessuale l’essere umano cerca di scaricare le tensioni, al punto che, dopo l’orgasmo, tendiamo ad addormentarci. Il piacere sessuale, anche secondo Freud, è una “riduzione della tensione”: l’aumento dell’eccitazione tende al rilassamento e serve a raggiungere una condizione di assenza di tensione.


Di contro, Eros, l’archetipo unitivo, è una eterna tensione, un desiderio vitale che mai trova appagamento. Come dicono con notevole saggezza i francesi, “il fine del desiderio non è la sua soddisfazione, ma il suo prolungamento”. Rollo May sottolinea che l’Eros


«non si esprime in noi come una tendenza a ridurre l’eccitazione bensì a convivere con essa, a cullarsi in essa e persino ad accrescerla.»


E poi:


“Attraverso l’Eros noi cerchiamo di aumentare gli stimoli”.


Eros non ci fa dormire, ci tiene svegli nel pensare alle possibilità che si aprono e ai nuovi aspetti che scopriamo; ci spinge in alto, nel regno delle potenzialità inespresse, nutrendoci di immaginazione e progettualità. L’archetipo Unitivo esprime una grande vitalità, una grande disponibilità ad aprirsi e ad abbandonarsi all’oggetto del nostro impulso erotico. Dall’innamoramento alla passione mistica questa e non altro è la logica di Eros.


Oggi, purtroppo, assistiamo ad una netta separazione tra sesso ed Eros, tra sesso e spirito unitivo, esaltando il primo (e banalizzandolo) e perdendo di vista il secondo. È l’era dei legami «liquidi», come ci ricorda Zygmunt Bauman, un’epoca cioè in cui le relazioni si riducono a semplici connessioni, in “un contesto in cui è possibile con pari facilità entrare e uscire”, puri ‘contatti’, senza alcun impegno o responsabilità.


Il fatto è che abbiamo una grande paura di Eros, abbiamo un gran paura di abbandonarci nelle sue braccia. Eros è incontrollabile, Eros non tiene conto di logiche diverse dalla sua, come la sicurezza, la prudenza, l’opportunità o l’obbedienza al senso comune e alle convenzioni sociali. Certo, tutti questi elementi sono importanti per calarci nel «principio di realtà», eppure spesso li facciamo diventare i nostri tiranni. Fuggiamo Eros e ci rifugiamo nelle sensazioni sessuali: il sesso riduce la passione erotica che coinvolge l’intero organismo ad una pura sensazione genitale. La sessualità, lasciata a se stessa e diventata una droga, conduce alla ripetitività e alla noia - in altre parole, alla pornografia.


Ma in questo modo evitiamo di percepire ogni minaccia… la minaccia d’incontrare il rifiuto, di essere abbandonati, traditi o imprigionati in una gabbia. Ciò che conta, allora, è evitare i legami, tenersi a distanza, controllare il bisogno dell’altro, impedire l’intimità, creando una barriera difensiva contro l’angoscia. Perché Eros è annichilimento, morte, perdita di sé, abbandono all’incertezza. Eliminando Eros, tutto questo scompare: evitiamo la paura, ma il rapporto diventa in-significante.


In definitiva, Eros, l’archetipo Unitivo, è la parte di noi che spinge in direzione del Lavoro, verso la nostra piena realizzazione di esseri umani, verso l’Unità della Coscienza. Il suo grande nemico è l’archetipo separativo, cioè Thanatos, o il ‘Diavolo’. Lo vedremo prossimamente.


\\\*°* IL VITELLO D'ORO, Archetipo del DEMONE SEPARATIVO *°*///

Fabio Guidi


Il Diavolo, o l'archetipo separativo - 1 Luglio 2012


In questo contributo – la cui lettura è consigliata dopo aver letto i miei due precedenti articoli sull'Eros [N.d.R. Eros, o l'archetipo unitivo parte 1 e parte 2] - mi voglio occupare di un argomento piuttosto delicato, cioè il 'demoniaco'.


Il «Diavolo» si riferisce ad una costellazione di archetipi che incontriamo regolarmente lungo le tortuose vie della ricerca interiore. In ogni presenza ‘diabolica’ che opera nella psiche dell’uomo si annidano i medesimi elementi fondamentali, pur conservando una coloritura strettamente personale. Tali elementi hanno un effetto distruttivo per l’evoluzione interiore e per l’integrazione della personalità, producendo un effetto regressivo o, quanto meno, paralizzante. Per questo motivo, potremmo definire ‘Thanatos’ questo archetipo, anche se il termine ‘Diavolo’, come vedremo tra poco, si rivela molto più calzante. Voglio sottolineare una volta per tutte che con questo termine non si vuole affatto indicare una realtà metafisica, cioè un’entità, ma solo un archetipo, cioè una realtà psichica.


Ovviamente, l’analisi dell’archetipo del Diavolo non può evitare di confrontarsi con la tradizione sapienziale ebraico-cristiana. Nella Bibbia la figura sinistra di Satana appare per la prima volta in Gb 1,6:


«Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche il satan andò in mezzo a loro.»


In questa scena il Signore, come un sovrano, dà udienza in determinati giorni alla sua corte, formata dai cosiddetti “figli di Dio”. Queste entità superiori all’uomo, che costituiscono il Consiglio di Yahweh, nella traduzione “dei Settanta” (1) sono identificate con gli ‘angeli’ e il satan appare uno di essi. É da notare che, nel versetto riportato, il termine ‘satan’ non è ancora un nome proprio. Il termine, nell’AT, appare sempre con l’articolo, «il satan», e solo uno sviluppo tardivo, a partire dal NT, lo indicherà come Satana, l’avversario di Cristo. I Settanta traducono il termine ebraico ‘satan’ con il greco «diàbolos», e nel NT le due parole vengono usate indifferentemente.


Pertanto, si può innanzitutto osservare che il satan non sembra indicare tanto una persona specifica, quanto un ‘atteggiamento’ che si fa strada all’interno del Consiglio divino, tra i “figli di Dio”. Così, nella letteratura successiva al Giobbe, il satan sembra identificabile con lo spirito maligno, che è contrapposto ad uno spirito santo. É interessante notare che un tale dualismo scaturisce dalla realtà divina: Satana è un «figlio di Dio». Questa affermazione, assai scomoda, necessita di alcuni chiarimenti.


Vediamo innanzitutto quali sono le caratteristiche del satan. Il suo significato più frequente è ‘avversario’, anche se propriamente indica l’‘accusatore’ in un processo. Analogamente, nel libro di Giobbe il satan è un funzionario della corte celeste che svolge il ruolo di mettere alla prova l’autenticità della fede dell’uomo, e quindi di istillare il dubbio, è un ‘tentatore’. Al fine di svolgere la sua opera maligna, ha pure il potere d’infliggere sofferenze all’uomo. Riprendiamo la vicenda di Giobbe.


«Il Signore disse al satan: “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra, uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male”.


Il satan rispose al Signore e disse: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!”» (Gb 1,8-11).


Ciò che avviene nel racconto biblico è un’esperienza archetipica vecchia quanto il mondo. Il libro di Giobbe ci parla, in realtà, di due figli, uno dei quali, il figlio obbediente, è il beniamino del padre. Ma l’altro figlio non ci sta… due sono i sentimenti che lo muovono: essere accolto dal padre, ma, nello stesso tempo, avere la possibilità di esprimere la propria natura. Egli sente la necessità di distinguersi dal padre, di essere altro da lui, cioè di essere un individuo autonomo, con le proprie idee e la propria volontà. Tuttavia, anche se spesso lo detesta perché si sente oscurato da lui, nutre un grande rispetto per il padre, lo stima più di ogni altra cosa. Insomma, il figlio ribelle vuole essere amato da suo padre e, nello stesso tempo, differenziarsi da lui ed essere, finalmente, se stesso.


É un compito arduo: il padre è una pianta maestosa e rigogliosa: o si cresce alla sua ombra, o si rischia di apparire, in primo luogo di fronte a se stessi, una cosa di nessun valore, sbagliata. Il figlio ribelle è avviluppato in questo conflitto apparentemente insolubile: è sempre più irrequieto e non trova niente di meglio che cercare di screditare, agli occhi del padre, il fratello obbediente e fedele. Invidioso, il figlio ribelle, accusa segretamente il padre di non sostenerlo così come fa con il figlio prediletto e, nello stesso tempo, insinua senza mezzi termini che il fratello si mostra obbediente e fedele solo per opportunismo.


Ecco Satana, come avversario e accusatore, che attraverso il dubbio e l’insinuazione, come un tarlo, continua a ripetere: “E se non fosse proprio così come sembra?” L’invidia e il risentimento che lo rodono, portano ad azioni maliziose, sleali, tese a smascherare la malafede del fratello fino a nuocergli anche in modo grave. Conosciamo la triste sorte che, nel racconto biblico, deve inizialmente subire il povero Giobbe.


La frustrazione e l’invidia dell’uomo hanno esiti distruttivi, verso sé e verso il mondo intero, fin dai tempi di Caino e Abele. (2) Anche nel libro della Sapienza, si dice che “la morte è entrata nel mondo per invidia del satan, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap 2,24). Il passo interpreta il capitolo 3 della Genesi, dove si parla della celebre tentazione del serpente ad opera dei due nostri malcapitati progenitori. Vedremo meglio altrove di che cosa si tratta. Per ora, basta accennare al fatto che anche qui si fa accenno all’invidia, come molla propulsiva di ogni azione diabolica, distruttiva verso gli altri e se stessi. L’invidia non è unmale, è il male.


Non nascondiamocelo: l’animo di ognuno di noi conosce l’invidia, cioè ognuno di noi deve fare i conti con l’impulso demoniaco. Naturalmente c’è invidia e invidia. C’è l’invidia che ti rode, ti distrugge interiormente e c’è l’invidia che si manifesta in maniera bonaria, magari attraverso una battuta scherzosa, o apparentemente ingenua. L’importante è che si guardi dentro alla nostra invidia e alla rabbia che vi è connessa… che si osservi il perché di questa invidia e si continui a mantenere il contatto quotidiano con essa… Ad un certo punto, se si ha il coraggio di guardare in profondità, la nostra invidia comincerà a rivelare il suo intimo significato.


Se non vogliamo riconoscerla (se è stata rimossa questa percezione) è perché altrimenti ci sentiremmo ‘sminuiti’, ‘cattivi’, non abbastanza immuni da debolezze ‘umane, troppo umane’… Eppure, mille sono i campi in cui l’invidia, più o meno larvatamente, si fa strada. Potremmo dire che l’invidia - e la maldicenza ad essa strettamente connessa - costituisce il problema psico-spirituale, dal momento che nasce da un senso di frustrazione e inadeguatezza del nostro Ego e, quindi, costituisce un buon espediente per proteggerlo. Approfondiremo nel prossimo contributo.



Fabio Guidi


 


NOTE
1) È la prima grande traduzione greca, che risale al III-II sec. A.C. Si narra che fu eseguita ad Alessandria, in Egitto, da settanta studiosi.


2) Il tema dei fratelli rivali appare in tutta la sua luce nell’episodio di Caino e Abele, raccontato in Gn 4,1-16. Caino appare il fratello maggiore (sempre invidioso del fratellino) dedito all’agricoltura, mentre Abele era “pastore di greggi”. Tuttavia, pare che il Signore non gradisse i sacrifici del fratello maggiore, a differenza di quelli di Abele, vale a dire che non sembrava apprezzare particolarmente lo sforzo, l’impegno di Caino, il quale, come si sa, spinto dall’invidia, uccide il fratello. “Caino offrì dei frutti del suolo in sacrificio al Signore; e anche Abele offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e l’offerta di lui. Perciò Caino ne fu molto irritato e il suo viso fu abbattuto” (Gn 4, 3-5). Il racconto genesiaco, su un piano di antropologia culturale, fa probabilmente riferimento a lotte tra clan rivali e alla supremazia dell’economia agricola sulla pastorizia nomade, dal momento che Caino è il fratello maggiore “coltivatore del suolo”, mentre Abele è “pastore di greggi”.

 

LUCE INFINITA DELL'AMORE, DELLA COMPASSIONE, DELLA VERITA'